+ 39

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Trent’anni fa non andavo ancora alla scuola materna, figurarsi se sapevo cosa fossero il calcio, uno stadio, la Juventus.

La ‘Vecchia Signora’, per quanto mi riguarda, nasce con Dino Zoff allenatore e un piccolo funambolo dal nome esotico, Rui Barros. É quello, per me, l’inizio di una vita in bianconero.

Ma, da tifoso, appassionato e studioso di calcio in generale e della Juventus in particolare, conosco ahimè benissimo la tragedia dell’Heysel.

Non ho ricordo di cosa stessi facendo quel 29 maggio 1985, ma di certo posso immaginare come mio padre e suo fratello fossero in fibrillazione per la loro/nostra squadra, che tornava a giocarsi il trofeo per club più prestigioso, due anni dopo la cocente delusione di Atene, quando la Juventus più forte di sempre, favoritissima nei pronostici, non riuscì a rimontare il maledetto gol di Magath.

Di fronte a Platini e compagni, gli inglesi del Liverpool campione in carica, ma già sconfitto nella sfida per la Supercoppa Europea grazie alla doppietta di Boniek, nella neve di Torino col mitico pallone arancione.

La finale si gioca a Bruxelles, come già altre volte (1958 Real-Milan, 1966 Real-Partizan 2 a 1, la doppia finale tra Bayern Monaco e Atlético Madrid del 1974) e lo stadio ‘Heysel’, probabilmente, è lo stesso di 27 anni prima…

La Juventus ci arriva dopo aver passato in carrozza i primi tre turni (15 reti fatte e 4 subite tra Ilves, Grasshopper e Sparta Praga), e lo spauracchio della semifinale coi francesi del Bordeaux: vittoria all’andata a Torino con un secco 3 a 0, ma sconfitta 2 a 0 in terra girondina.

Ancora più netto il percorso del Liverpool, che si sbarazza di Lech Poznan, Benfica, Austria Vienna e Panathinaikos, fatto fuori con un risultato complessivo di 5 a 0 tra andata e ritorno.

Se i ‘Reds’ sono campioni in carica, la Juventus l’anno prima ha vinto la Coppa delle Coppe e, come dicevamo, aveva già avuto la meglio del Liverpool nella sfida per la Supercoppa Europea.

In pratica, la finale perfetta, con davvero le due più forti squadre europee una contro l’altra.

I presupposti per una grandiosa sfida calcistica ci sono tutti; peccato tutto il resto non sia all’altezza.

Lo stadio, come si accennava, è al limite della fatiscenza. L’organizzazione è di un dilettantismo imbarazzante.

In più gli inglesi ce l’hanno con i tifosi italiani per gli scontri di Roma l’anno prima, e la birra che in Belgio scorre sovrana non aiuta. E ancora meno aiuta la scellerata decisione di mettere in settori attaccati e divise da misere reti le opposte fazioni del tipo.

C’è qualche scaramuccia, vola qualche sasso, ma sembra tutto possa passare senza troppo clamore. Invece, verso le 19, gli hooligans caricano l’ora tristemente famigerato ‘Settore Z’, dove stanno gli italiani, che si ammassano su un muretto per sfuggire alla furia inglese. E quel maledetto muretto cede. É il caos, è il panico. Succede di tutto e, soprattutto, succede che tra il crollo del muro, lo schiacciamento tra la folla e la violenza inglese, muoiono 39 persone (32 italiani, 4 belgi, 1 francese – grande tifoso di Platini –  e un irlandese), compreso un bambino di 11 anni, Andrea Casula. Nel tentativo di rianimarlo, Roberto Lorentini, medico aretino che era sfuggito alla morte, torna indietro. Pochi istanti dopo, mentre prova inutilmente la respirazione bocca a bocca sul piccolo Andrea, viene a sua volta travolto e muore.

Forze di polizia e UEFA sono nel panico, la partita, il cui calcio di inizio è fissato alle 20, è temporaneamente sospesa.

Negli spogliatoi, ai giocatori, arrivano voci frammentate e contrastanti. Michel Platini si toglie la divisa da gioco e va a farsi la doccia, convinto che in una situazione del genere non si giocherà. Nel frattempo, Cabrini, Tardelli e Brio escono a parlare coi tifosi per cercare di calmarli, mentre i capitani Scirea e Neal parlano attraverso l’impianto dello stadio, facendo un appello alla calma e al buonsenso, nel caso ne fosse rimasto in quello stadio maledetto.

Intanto si susseguono le trattative tra i funzionari UEFA e i dirigenti delle due squadre. La Juventus preme per non giocare, ma alla fine federazione e forze dell’ordine decretano che rinviare la partita e gestire la fuoriuscita dei tifosi dallo stadio sarebbe impossibile. E quindi si DEVE giocare.

Alle 21.41 arriva il fischio di inizio: Trapattoni, dopo averlo accantonato per un periodo, ripropone Tacconi in porta; la difesa è poi composta da Favero e Cabrini come terzini, e Brio al fianco di capitan Scirea; Bonini e Tardelli in mediana, Briaschi e Boniek sulle fasce e Platini libero di inventare in appoggio a Pablito Rossi.

Joe Fagan risponde col grande protagonista dei rigori contro la Roma, Grobbelaar, in porta; in difesa capitan Neal a destra e Beglin a sinistra, coppia centrale formata da Hansen e Lawrenson; Nicol a destra e Walsh a sinistra, con Whelan e Wark in mezzo per il centrocampo; e davanti la formidabile coppia Rush-Dalglish.

Il match si gioca in un clima surreale; qualche occasione parte per parte ma il primo tempo finisce 0 a 0. Inizia quindi il secondo: al 56imo Boniek, lanciato a rete, viene atterrato al limite dell’area di rigore, atterrato da Gillespie. L’arbitro, lontano oltre 20 metri, giudica il fallo (netto) dentro i 16 metri (sbagliando), e assegnando il penalty che Michel Platini trasforma. Da lì in poi ancora qualche brivido, specie dalle parti di Tacconi, fino al fischio finale che sancisce il primo e tanto atteso trionfo della Juventus in Coppa dei Campioni.

I giocatori ricevono il trofeo e lo portano sotto la curva: qualcuno parlerà di mancanza di rispetto; gli interessati si giustificheranno tra la trance agonistica, il voler rendere omaggio alle vittime e il voler calmare i tifosi, quasi distraendoli con la coppa dal loro dolore.

Ne sono seguite polemiche, diatribe, processi in Tribunale, accuse e contro accuse.

La Juventus stessa, per lungo tempo, ha quasi ignorato la vicenda. Non parliamo poi del Liverpool.

La scarsa cultura del tifo sano nostrana, poi, ha fatto il resto. Da una parte i tifosi bianconeri che voltano le spalle alla commemorazione fatta da quelli del Liverpool, durante una sfida di Champions League nel 2005.

Dall’altra gli ultras delle altre squadre italiane, tronfiamente fiere dei loro ‘-39’…

Invece, oggi, a trent’anni di distanza da quella tragedia, diciamo +39. 39 angeli in più a proteggere un gioco che in tanti, troppi, cercano di imbruttire.

Ma +39, anche come il prefisso internazionale dell’Italia, rimasta indietro nella lotta al tifo violento e nell’educazione allo sport sano rispetto a tanti altri Paesi, a iniziare proprio dalla Gran Bretagna.

Chi può e deve fare qualcosa lo faccia. Lo deve (anche) a quelle 39 persone, alle loro famiglie, ai loro parenti e amici. E a chi questo sport lo ama davvero.

 

Federico Zuliani

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Classe '82, juventino dalla placenta, nonostante la laurea in Scienze Politiche ha ben presto capito che la politica era meglio prenderla in giro che studiarla. Messe quindi da parte le varie ipotesi di riforma del sistema elettorale, ha scelto di dar libero sfogo al proprio umorismo abrasivo col ‘Pagellone’, attraverso cui dà i voti ai protagonisti della politica locale. Del medesimo argomento, di Sport e di tanto altro scrive sul settimanale LegnagoWeek. Collabora inoltre con altre testate cartacee e online, occupandosi di vari temi. Per ovviare allo stress dell’attività giornalistica nell’agone politico, si dedica alla “cultura del cibo”. In seguito a questa passione, ha intrapreso l’attività di food blogger, recensendo ristoranti, discutendo di ricette e litigando coi buchi della cintura. Mangia, prega, ama e impreca a Legnago.