All Time XI: Atlético Madrid

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Considerati i “cugini poveri” del blasonatissimo Real, i “Colchoneros” (i “materassai”) sono tutt’altro che una squadra “povera”, dato che possono vantare un palmarès invidiabile da molti, fatto di nove campionati vinti, dieci trionfi in Coppa del Re e una Supercoppa di Spagna per quanto riguarda i trofei nazionali. Cui si aggiungono, in campo internazionale, una Coppa Intercontinentale, una Coppa delle Coppe e due vittorie sia in Coppa UEFA/Europa League sia nella Supercoppa Europea.

Fatta questa doverosa premessa, ecco l’Atletico Madrid “all time”, schierato con il cosiddetto “albero di Natale”, o 4-3-2-1:

1 – José Francisco MOLINA: Il portiere del “magico” trionfo il Liga nella stagione 1995-’96 (condita anche dalla Copa del Rey), quella con Radomir Antic in panchina e l’attuale allenatore, Diego Simeone, a far legna in mezzo al campo. Valenciano di nascita, muove i primi passi nel Benimar, prima di approdare al settore giovanile dei “pipistrelli” della sua città. Dopo aver militato nel Valencia B, viene mandato in prestito all’Alzira. Torna quindi “a casa”, di nuovo nella squadra B, quindi va nuovamente in prestito, al Villareal. Nel 1994 viene ceduto definitivamente all’Albacete, e da qui viene scelto da Antic per sostituire il “vecchio” Resino. Coi “Colchoneros” trova la sua dimensione, guadagnandosi anche la Nazionale, con la quale disputerà due Europei (1996 e 2000) e un Mondiale (1998) come terzo portiere. Se ne va dopo cinque anni, trasferendosi al Deportivo La Coruña, rivincendo la Copa del Rey (2001-’02) e centrando una doppietta in Supercoppa di Spagna (2000 e 2002). Dopo una stagione al Levante (seconda squadra della sua città), chiude la carriera agonistica. Due anni più tardi inizia la carriera da allenatore, prendendo la guida del Villareal C, che lascia in corsa due anni più tardi per subentrare sulla panchina della squadra B. Nel 2011-’12 guida, da dicembre a marzo, la prima squadra, subentrando in corsa e venendo esonerato poco dopo, quindi ha un’esperienza alla guida del Getafe B.

2 – Feliciano RIVILLA: Nativo di Avila, muove i primi passi da calciatore già da bambino, in collegio, passando a 12 anni nelle giovanili dell’Acciòn Catòlica e quindi a quelle dell’Avila, dove lo nota il Murcia, al quale approda nella stagione 1953-’54, in Seconda Divisione. Quella prima stagione tra i professionisti gli basta ad attirare le attenzioni dell’Atlético Madrid che lo acquista e, dopo sei mesi di apprendistato, lo manda a farsi le ossa alla squadra del Plus Ultra, che sarebbe poi la squadra B del Real. É il primo caso nella storia del calcio spagnolo che avviene una cosa del genere. Viene quindi mandato in prestito per un biennio al Rayo Vallecano, tornando definitivamente alla base nel 1958. Debutta, da difensore centrale, nel ritorno del primo turno di Coppa dei Campioni, in un 5 a 1 a Dublino, contro il Drumcondra/Dublin City. La buona prova europea gli fa conquistare la fiducia dell’allenatore, il “santone” boemo Ferdinand Daucik, che ha poi l’intuizione, sempre in coppa (quarti di finale con lo Schalke 04) di spostarlo nel ruolo di terzino destro. Da quel momento in poi diventa titolare del ruolo, nel quale giocherà per dieci anni, segnando la storia del club. Per lui, la vittoria di una Coppa delle Coppe (1961-’62), una Liga (1965-’66) e tre successi in Coppa del RE (1960, 1961 e 1965). Con la Nazionale ha giocato due Mondiali (1962 e 1966) e due Europei: quello del 1960 e, soprattutto, quello vittorioso del 1964.

3 – Isacio CALLEJA: Tolto un breve prestito al Guadalajara, Calleja ha giocato tutti i suoi 14 anni da professionista con l’Atlético Madrid, mettendo insieme 425 presenze. Centrale sinistro nella difesa a 3 della Spagna campione d’Europa 1964, nei “colchoneros” è stato il precursore di una serie di apprezzati terzini sinistri (vedi ad esempio Toni, a cavallo tra gli Anni ’80 e ’90). Lanciato, come il suo “gemello” Rivilla da Daucik che, al suo primo derby, lo manda a marcare Kopa – facendo un figurone – diviene ben presto uno dei pilastri della squadra e, ancora oggi, uno dei giocatori più amati. Detto “Chato”, per via del naso schiacciato, gioca per i biancorossi fino al termine della stagione 1971-’72 quando, dopo aver messo in bacheca la Coppa delle Coppe 1961-’62, i campionati 1965-’66 e 1969-’70, alza da capitano la Copa del Rey, la quarta della sua carriera dopo quelle del 1960, 1961 e 1965.

4 – ADELARDO: Poteva esserci Juan Vizcaíno, “cervello” del “solito” Atlético targato Antic, ma Adelardo è un vero e proprio monumento dei “materassai”. Nativo di Badajoz, approda alla squadra della sua città nel 1957, dopo esser transitato dalle giovanili di Ferrocarril, Betis Extremeño e, infine, Extremadura, squadra con la quale debutta nel calcio professionistico. Dopo due stagioni “a casa”, ecco la chiamata dell’Atlético, con quale rimarrà fino al 1976, mettendo insieme il numero record di 551 presenze, condite da 113 goal. In biancorosso ha vinto tre volte la Liga (1966, 1970 e 1973), 5 volte la Copa del Rey (1960, 1961, 1965, 1971 e 1976), una Coppa delle Coppe (1961-’62) e, soprattutto, la Coppa Intercontinentale 1974 (da capitano), cui la squadra partecipava in sostituzione del Bayern Monaco, che aveva vinto la Coppa dei Campioni strapazzando nel replay della finale proprio i madrileni, con un netto 4 a 0 dopo l’1 a 1 ai supplementari del primo match. 14, con due reti (di cui una al Brasile campione del Mondo), le presenze nella Nazionale spagnola, con la quale ha disputato due Mondiali, nel 1962 e 1966.

5 – Juanma LOPEZ: Potevano esserci uno i due sudamericani che formavano la coppia centrale nello squadrone degli Anni Sessanta (l’argentino Goffa e il brasiliano Ramiro), ma ho voluto premiare la cantera dei “colchoneros” scegliendo uno dei due centrali della “mitica” vittoria nella Liga 1995-’96, entrambi cresciuti in casa. Alla fine, Juanma Lopez ha vinto il ballottaggio con Roberto Solozábal, col quale condivise, come pure con Kiko e il terzino sinistro Toni, la vittoria della medaglia olimpica al Barcellona ’92 con la maglia della Spagna Under-23. Questi quattro canterani ebbero ampio spazio nello storico double che, oltre allo “scudetto” portò pure alla vittoria della Copa del Rey. Soprannominato “SuperLopez” dai tifosi, che lo adoravano anche per il suo essere parecchio tignoso, Lopez ha giocato sempre e solo per l’Atlético Madrid a livello di club, smettendo nel 2001, anche se in verità la sua carriera ai massimi livelli sia di fatto finita nel 1997, dopo un gravissimo infortunio dal quale non si è mai completamente ripreso. Nel suo palmarès, oltre al succitato double, altri due successi in Copa del Rey: le due vittorie consecutive del 1991 e 1992, con la seconda vinta – da titolare – in finale contro gli odiati “cugini” del Real. Con le Furie Rosse ha messo insieme 11 presenze, disputando l’Europeo 1996.

6 – Juan Carlos ARTECHE: Nativo della Cantabria, cresce nelle giovanili del Racing di Santander, la squadra simbolo della “regione”. Dopo un prestito al Gimnàstica, torna per giocare due stagione nel Racing. Passa quindi all’Atlético, dove militerà fino alla fine della sua carriera, nel 1989, vestendo anche la fascia di capitano. I suoi trofei sono la Copa del Rey (1984-’85) e la Supercoppa di Spagna all’inizio della stagione successiva, che terminerà con l’approdo alla finale di Coppa delle Coppe, persa poi con un secco 3 a 0 contro gli allora sovietici della Dinamo Kiev. Per lui anche 4 presenze e un goal con la Nazionale spagnola.

7 – José Luis CAMINERO: Madrileno, cresce nelle giovanili del Real, arrivando fino alla squadra B. Viene poi ceduto al Valladolid, e qui conosce Antic, che se lo porta all’Atletico. Rimane 5 anni, giocando un ruolo chiave nella conquista del “doblete” della stagione 1995-’96, vincendo il titolo di Giocatore dell’Anno. Si conquista la maglia rossa della Nazionale, con cui partecipa ad Euro ’96 e al Mondiale 1998, dopo il quale torna al Valladolid, dove rimane fino al 2004, quando si ritira. Diviene “director of football” dell’Atletico, lasciando nel 2008 per frizioni con la dirigenza. Col cambio alla guida della società, torna dalla stagione 2011, contribuendo a mettere insieme la squadra che, sotto la guida di Simeone, ha dato e sta dando spettacolo.

8 e ALL. – Luis ARAGONÉS: La figura “di campo” più amata dai tifosi dei Colchoneros, l’equivalente di quel che ha rappresentato, dietro la scrivania, il presidentissimo Vicente Calderòn. Nato nell’area madrilena, i primi passi non li muove con nessuna delle due grandi squadre della città, bensì col Getafe, che si gioca col Rayo Vallecano il titolo di “terza sorella” della Capitale. A notarlo, per paradosso, sono i dirigenti del Real, che lo mandano dapprima in prestito al Recreativo Huelva, quindi all’Hércules e all’Ubeda, e schierandolo infine con la squadra riserve. Dopo una stagione all’Oviedo, passa al Betis Siviglia, dove si mette finalmente in luce, collezionando in tre stagioni 86 presenze e 33 reti. Lo acquista quindi l’Atlético, dove matura definitivamente, colpendo i tifosi per le sue abilità sui calci piazzati (nonostante i piedi grandi, che gli fecero guadagnare il soprannome di “Zapatones”, cioè “scarponi”). In biancorosso gioca dieci stagioni, vincendo tre campionati (1966, 1970 e 1973), cui si aggiungono i due trionfi in Coppa del Re (1965 e 1972), ma chiudendo però con un’amara sconfitta. Il canto del cigno per Aragonés è infatti la sconfitta in finale di Coppa dei Campioni 1974 contro il Bayern Monaco. Nella prima sfida è proprio lui, nei supplementari, a portare in vantaggio gli spagnoli, a soli sei minuti dalla fine. Cosa che sembra garantire il titolo ai “colchoneros” che però all’ultimo minuto subiscono il gol del pareggio, che vale il replay. La sfida si gioca due giorni più tardi e un Atlético sfiancato dall’atroce beffa appena raccontata, viene schiantato da un netto 4 a 0 da Beckenbauer e compagni, che conquistano così la prima delle loro tre coppe dalle grandi orecchie consecutive. Appesi gli scarpini al chiodo, Aragonés si trasferisce subito sulla panchina della “sua” squadra, rimanendovi fino al 1980. Al primo anno centra subito uno storico successo in Coppa Intercontinentale, alla quale gli spagnoli partecipano proprio in sostituzione dei loro “carnefici” di qualche mese prima, trionfando sugli argentini dell’Indipendiente. Metterà poi in bacheca una Liga (1976-’77) e una Coppa del Re (1976). Dopo un breve periodo, nel 1981, sulla panchina del Betis, torna all’Atlético, rimanendovi per altre cinque stagioni, conquistando nuovamente la Copa del Rey nella stagione 1984-’85, sfiorando una clamorosa doppietta col secondo posto in campionato. Nella stagione successiva vince la Supercoppa di Spagna e  porta la squadra fino alla finale di Coppa delle Coppe, dove però i biancorossi crollano perdendo con un netto 3 a 0 contro la Dinamo Kiev. Nel 1987 passa al Barcellona, dove rimane una sola stagione, che gli basta comunque per vincere l’ennesima Coppa di Spagna. Dopo due stagioni di stop, riparte sempre da Barcellona, ma stavolta sulla sponda opposta: è infatti sulla panchina dell’Espanyol, ma anche qui rimane una sola stagione perché poi torna nuovamente all’Atlético per due stagioni, vincendo la sua quarta coppa nazionale (1992) da allenatore, la sesta in totale (5 in biancorosso più una col Barcellona, appunto). Nel 1993 passa al Siviglia, dove rimane due stagioni, prima di passarne altrettante al Valencia e tornare poi per un’annata al Betis. Dopo un anno sabbatico, riparte dall’Oviedo, mentre la stagione successiva è al Maiorca. Che lascia per tornare per l’ennesima volta all’Atlético, nel frattempo sprofondato nella serie B spagnola. Lo riporta subito nella massima serie, allenandolo poi nella stagione successiva prima di lasciarlo stavolta in maniera definitiva. Qualche mese più tardi torna in corsa al Maiorca e, al termine della stagione, diviene CT della Nazionale spagnola. Dopo averla portata imbattuta (ma passando dai playoff) al Mondiale 2006, dove la squadra esce agli ottavi contro la Francia (poi finalista contro l’Italia), forgia il gruppo che torna finalmente a vincere un trofeo dopo l’Europeo del 1964. Ed è proprio tornando campioni continentali nel 2008, che gli spagnoli inaugurano il ciclo vincente che li ha poi visti (con Del Bosque in panchina) vincere il Mondiale 2010 e fare il bis all’Europeo due anni più tardi. Dopo il successo di Euro 2008, Aragonés lascia la guida della Spagna e approda ai turchi del Fenerbahçe, coi quali firma un biennale. Ma l’annata non è delle migliori e dopo il deludente quarto posto finale, il club lo solleva dall’incarico, chiudendo il rapporto dopo una sola stagione. Per Aragonés è l’ultima panchina, data anche l’età e i problemi di salute, che porteranno alla sua scomparsa, nel 2014.

9 – Radamel FALCAO: Colombiano, debutta a soli 13 anni nella B del suo Paese, con la maglia del Lanceros Boyacà. Notato dagli osservatori del River Plate, si trasferisce a Buonos Aires nel febbraio del 2001, giocando nel settore giovanile fino al debutto in prima squadra nel Torneo Clausura del 2005. Dal successivo Torneo Apertura diviene titolare, crescendo esponenzialmente fino alla stagione 2008-’09, quando segna 16 reti in 35 partite. Viene quindi acquistato dal Porto, e in terra lusitana esplode definitivamente. Il primo anno, tra campionato e coppe, mette a segno 34 goal in 43 partite, vincendo da capocannoniere la Taça de Portugal, segnando la rete decisiva per la conquista del trofeo. Apre la stagione successiva andando in goal nella sfida di Supercoppa Portoghese, primo titolo di una stagione ricchissima, al termine della quale vincerà il campionato, la seconda Taça consecutiva e, soprattutto, l’Europa League con un impressionante bottino di 17 reti, compresa quella decisiva che in finale stende i connazionali del Braga. Nell’estate 2011 fa tempo a scendere in campo nella vittoria bis in Supercoppa nazionale, per poi trasferirsi all’Atlético, che investe su di lui 40 milioni di Euro, frutto della cessione del Kun al City. Appena arrivato a Madrid, fa subito il bis di Europa League e titolo di capocannoniere del torneo, stavolta “fermandosi” a 12 reti, di cui due nella finale vinta per 3 a 0, anche stavolta in uno scontro “fratricida” (con l’Athletic Bilbao). Chiude la sua prima Liga con 24 reti in 34 match. La sua seconda stagione in biancorosso si apre con una tripletta nel 4 a 1 con cui i “Colchoneros” strappano la Supercoppa Europea al Chelsea. In campionato si migliore, toccando quota 28 reti e a fine stagione mette in bacheca la Copa del Rey, che la squadra strappa agli odiati “cugini” del Real. Appetito da tutti i grandi club, in particolare proprio dalle “merengues”, finisce invece ai “nuovi ricchi” del Monaco. Nel Principato approda con un acquisto da 60 milioni di Euro e uno stipendio da 14 milioni all’anno. A Montecarlo la fortuna si accanisce su di lui, con un brutto infortunio a un ginocchio che gli costerà i Mondiali, ai quali ha trascinato la Colombia con 9 reti nelle qualificazioni. La sua prima stagione monegasca si è quindi bruscamente chiusa dopo 9 reti in 17 partite di campionato e 2 goal in 2 match di Coppa di Francia. Riparte con due prestiti in Inghilterra, prima al Manchester United e poi al Chelsea, incappando in altrettanti flop. Rientrato nel Principato, vive una seconda giovinezza, divenendo addirittura capitano della squadra. Con i “Cafeteros” ha finora messo insieme 51 presenze e 20 reti, disputando la Copa América 2011.

10 – Sergio AGÜERO: Cresciuto nell’Indipendiente, debutta in prima squadra a soli 15 anni. L’esplosione arriva nella stagione 2005-’06, quando segna 18 reti in 36 partite, venendo conseguentemente acquistato dall’Atlético, che spende 23 milioni di Euro per il “ragazzino” diciottenne ambito da mezza Europa. La prima stagione è di ambientamento, ma già dalla seconda, anche grazie alla cessione di Fernando Torres al Liverpool, espolode. Segna 19 reti in 37 partite di Liga (è eletto miglior giocatore del campionato), e 6 in 9 match di Coppa UEFA/Intertoto. Alla terza stagione mantiene più o meno gli stessi numeri, che hanno invece una leggera flessione nella stagione 2009-’10, che è però anche quella del suo primo trofeo, l’Europa League. La stagione successiva si apre alla grande, con la vittoria della Supercoppa Europea contro l’Inter fresca di “Triplete”, con “el Kun” (questo il suo soprannome) che segna la rete del definitivo 2 a 0. Chiude con 20 reti nella Liga (suo record personale) e altre 3 in Europa, dopodiché nell’estate del 2011 passa al Manchester City per 45 milioni di Euro. In Inghilterra ha subito un impatto importante: 5 reti in Europa (in 10 partite) e 23 (in 34 match) in campionato, compresa la rete che all’ultimo secondo dell’ultima partita del torneo dà la storica vittoria in Premier ai “Citizens” allenati da Roberto Mancini. La seconda annata all’Etihad Stadium si apre con la vittoria della Community Shield, ma per gli “Sky Blues” è un’annata sbilenca, e anche l’argentino va a intermittenza. Ma si riprende già dalla stagione seguente, divenendo un cecchino implacabile e firmando molti dei successi del club. Già molto proficua anche la sua carriera con la Nazionale argentina, con la quale ha debuttato nel 2006: 41 le presenze, con 21 reti realizzate, partecipando al Mondiale 2010 e alla Copa América 2011. Ha inoltre vinto l’oro alle Olimpiadi del 2008 e due Mondiali Under-20, nel 2005 e 2007. In quest’ultimo è capocannoniere e miglior giocatore del torneo, titoli che, a fine anno gli valgono il FIFA Young Player of the Year Award. Dal 2009 al 2013 è stato genero di Maradona, avendone sposato la figlia Giannina, da cui ha avuto un figlio.

11 – Joaquìn PEIRO’: Jolly offensivo, impiegabile come centravanti, secondo punta o centrocampista d’attacco, è cresciuto nella cantera dell’Atlético, nella cui prima squadra debutta alla soglia dei vent’anni, nella stagione 1955-’56. Dalla stagione successiva si conquista il posto da titolare e un posto in Nazionale. L’apice, coi colchoneros, lo raggiunge nella stagione 19861-’62, col trionfo in Coppa delle Coppe, andando in gol in entrambe le partite della doppia sfida con la Fiorentina. Questo successo si somma alla doppietta, nelle due stagioni precedenti, in Coppa di Spagna: due successi sugli odiati “cugini” del Real “padrone” d’Europa, in cui Peirò va in goal in entrambi i casi. Sua la seconda rete nel 3 a 1 della finale del ’60 e, soprattutto, sua la decisiva doppietta nel 3 a 2 dell’anno successivo. La stagione 1962-’63 parte col sei reti in tre partite, che convincono il Torino a portarlo in Italia, mettendo momentaneamente fine alla storia di Peirò in biancorosso. Dopo due stagioni in granata, passa alla Grande Inter, dove il suo impegno in campionato è limitato dalla regola che impone al massimo due stranieri per squadra, e lui deve giocarsi il posto col connazionale Luisito Suàrez e col brasiliano Jair, rispetto ai quali parte un po’ indietro nelle gerarchie. Problema che invece nelle coppe non si pone nelle coppe, e infatti Peirò gioca subito due delle tre finali di Coppa Intercontinentale 1964, da centravanti nella prima occasione, da mezzala al posto dell’acciaccato Mazzola nella terza e decisiva sfida con gli argentini dell’Indipendiente. Spazio per lui anche nel bis di Coppa dei Campioni, dove è il “9” in finale e dove chiude con tre reti: una doppietta nell’andata dei quarti di finale contro i Rangers di Glasgow e una rete nel ritorno della semifinale contro il Liverpool. La stagione successiva ripete i fasti in Coppa Intercontinentale, sempre contro l’Independiente: suo il gol che apre le marcature (poi completate dalla doppietta di Mazzola) nel 3 a 0 dell’andata. Dopo questi importanti successi internazionali, conditi anche da due Scudetti, Peirò decide di cambiare aria per giocare con più continuità, trasferendosi alla Roma. In giallorosso rimane per quattro stagioni, vincendo una Coppa Italia da capitano nella stagione 1968-’69. Nel 1970 torna al “suo” Atlético dove, dopo una stagione passata praticamente tutta da infortunato, chiude la carriera agonistica. Qualche anno più tardi, nel 1978, intraprende la carriera di allenatore, allenando la squadra riserve e le giovanili dei “colchoneros”, che lascia nel 1985 per accettare la panchina del Granada, col quale rimane tre stagioni. Passa quindi al Figueres, dove rimane una sola annata. Nella successiva, prende in corsa l’Atlético, diventando uno dei tre allenatori di quella movimentata stagione. Ritorna su una panchina nel 1992-’93, guidando il Murcia, per poi star fermo ben quattro anni. Ritorna nel 1997-’98 al Badajoz, quindi passa al Malaga, dove rimane per cinque stagioni (vincendo nel 2002 un Intertoto e portando la squadra fino ai quarti di finale in Coppa UEFA), prima di tornare al Murcia, nella stagione 2003-’04, conclusasi anticipatamente con l’esonero che ne ha di fatto chiuso la carriera in panchina. Con la Spagna ha giocato 12 match, mettendo a segno 5 reti e prendendo parte a due Mondiali: quello cileno del ’62 (un gol, contro il Messico) e quello inglese del 1966.

 

Federico Zuliani

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Classe '82, juventino dalla placenta, nonostante la laurea in Scienze Politiche ha ben presto capito che la politica era meglio prenderla in giro che studiarla. Messe quindi da parte le varie ipotesi di riforma del sistema elettorale, ha scelto di dar libero sfogo al proprio umorismo abrasivo col ‘Pagellone’, attraverso cui dà i voti ai protagonisti della politica locale. Del medesimo argomento, di Sport e di tanto altro scrive sul settimanale LegnagoWeek. Collabora inoltre con altre testate cartacee e online, occupandosi di vari temi. Per ovviare allo stress dell’attività giornalistica nell’agone politico, si dedica alla “cultura del cibo”. In seguito a questa passione, ha intrapreso l’attività di food blogger, recensendo ristoranti, discutendo di ricette e litigando coi buchi della cintura. Mangia, prega, ama e impreca a Legnago.