All Time XI: Manchester United

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Da ‘malato’ di calcio quale sono, non mi bastava avere una squadra (la Juventus) per cui tifare in maniera quasi maniacale. E nemmeno annoverare diverse “squadre simpatia” (dal Legnago Salus, squadra della mia città, alla Sampdoria, passando per Chievo e Palermo), cui dedicare un “occhio di riguardo”. No, dovevo pure trovarmi delle compagini straniere per cui tifare, e a tutte le latitudini possibili ed immaginabili. Che si tratti del River Plate in Argentina, o dello Sporting Lisbona in Portogallo, le mie attenzioni sono variegate. Ma nessuna mi appassiona così tanto da mettere appena sotto alla “mia” Juve quanto Real Madrid e Manchester United.

Dai ‘Busby Babes’ al ‘Disastro di Monaco’, alla Coppa dei Campioni della “Santa Trinità”, fino all’era-Ferguson e ai suoi ‘Fergie’s Fledglings’ e oltre, andiamo a scoprire la formazione di tutti i tempi dei ‘Diavoli Rossi’, schiarata col più classico dei 4-4-2:

1 (portiere) – Peter SCHMEICHEL: Da Alex Stepney, che difendeva la porta dello United ai tempi della prima vittoria in Coppa dei Campioni (1968), alla ‘saracinesca’ degli ultimi grandi successi internazionali, l’olandese Edwin Van der Sar e all’attuale David De Gea, spagnolo. Passando per Jim Leighton, scozzese che Ferguson si portò dall’Aberdeen e per Fabien Barthez, campione del Mondo con la Francia. Tanti sono i grandi portieri che hanno vestito la maglia dei ‘Red Devils’, ma nessuno eguaglia il mito di Peter Schmeichel. Danese, inizia in una delle squadre della sua città, l’Hoje Gladsaxe. Dopo tre anni, entra nelle giovanili di un’altra squadra cittadina, il Gladsaxe-Hero, col quale debutta a 18 anni prima squadra, rimanendovi fino al 1984, quando passa all’Hvidovre. Dopo 4 anni, ecco il passaggio al Brondby, dove vince un trofeo all’anno nei 5 anni con questa squadra: 4 titoli nazionali (1987, 1988, 1990 e 1991), una coppa danese (1989). Arriva quindi il momento dell’approdo in Inghilterra, al Manchester United in cerca di un portiere titolare dopo che la sostituzione dello scozzese Leighton non si è rivelata semplice. La sua avventura mancuniana inizia con la vittoria della Supercoppa Europea contro la Stella Rossa campione d’Europa, e si conclude con in bacheca anche la Coppa di Lega. In estate, è assoluto protagonista nella sorprendente vittoria della Danimarca agli Europei. Per lui decisiva soprattutto la parata che blocca il rigore calciato da Marco Van Basten nella semifinale contro l’Olanda. Rientrato a Manchester, conquista il campionato, bissandolo l’anno successivo in una stagione arricchita da FA Cup e Community Shield. La stagione 1994-’95 vede il Manchester conquistare “solo” la Community Shield, ma l’anno dopo arriva il double campionato-coppa nazionale. Quello successivo vede un’altra doppietta: stavolta, assieme al campionato, arriva di nuovo la Community Shield. La “supercoppa” è l’unico trofeo della stagione seguente, ma quella 1998-’99 porta un rimborso con gli interessi. Lo United centra infatti il Treble: campionato, FA Cup e soprattutto una delle Champions League più emozionanti della storia, coi Diavoli Rossi sotto per 1 a 0 al 90°, che segnano due gol nei minuti di recupero. Dopo questo straordinario successo (vissuto da capitano, data la squalifica di Roy Keane, titolare della fascia), chiude la sua avventura al Manchester (dove ha vinto almeno un trofeo ogni anno), firmando per i portoghesi dello Sporting Lisbona, vincendo subito il campionato. La stagione successiva mette in bacheca la Supercoppa portoghese, portando così a 15, considerando anche gli anni di Brondby, gli anni consecutivi in cui ha vinto almeno un trofeo. Decide poi di tornare in Inghilterra, accettando l’offerta dell’Aston Villa, vincendo anche qui qualcosa, l’Intertoto. Se ne va però a fine stagione, dopo essere finito in panchina col cambio di allenatore. Torna a Manchester, ma “dall’altra parte della città”, al City, con la soddisfazione di non perdere nemmeno un derby neanche in maglia ‘sky blue’, dopo esser stato sempre imbattuto quando era ‘in rosso’. Ritiratosi, si è avviato a una brillante carriera televisiva, sia come commentatore sportivo, sia come presentatore di quiz. Con la Danimarca ha disputato 129 incontri, segnando anche un gol. É successo nel 2000, in un’amichevole contro il Belgio, nella quale ha calciato e trasformato il rigore che aveva dato il momentaneo 2 a 1 ai nordici (2 a 2 il risultato finale). Oltre a quello vittorioso del 1992, ha disputato gli Europei 1988, 1996 e 2000 (quest’ultimo con la fascia al braccio). Una sola partecipazione, invece, ai Mondiali, a Francia ’98. Tra gli allori individuali, il titolo di Miglior Portiere al Mondo per l’IFFHS nel 1992 e 1993, il titolo di Miglior Portiere dell’Anno UEFA nel 1992, 1993, 1997 e 1998 e l’inserimento nel Team del Secolo della Lega Inglese.

2 (terzino destro) – Gary NEVILLE: Una vita con e per lo United. Uno dei ‘figli’ prediletti di Sir Alex Ferguson, i ‘Fergie’s Fledglings’, di cui facevano parte anche suo fratello Phil, Giggs, Beckham, Scholes e Butt (nota anche come la ‘Classe del ’92’). Debutta in prima squadra nell’ottobre 1992, in una partita di Coppa UEFA contro la Torpedo Mosca. Il debutto in Premier League arriva la stagione successiva, mentre è dal 1994-’95 che comincia a trovare spazio con continuità, divenendo titolare dall’anno dopo. Con lo United gioca fino al 2011 (dando l’addio al calcio con un’amichevole contro la Juventus, avversaria scelta personalmente da lui in quanto considerata – in riferimento alle sfide degli Anni Novanta – la rivale più forte di sempre), mettendo insieme 602 presenze, lasciando da capitano, nominato nel novembre 2005 dopo la cessione di Roy Keane. Nelle sue 19 stagioni nella prima squadra dei Red Devils ha vinto: 8 Premier League (1996, 1997, 1999, 2000, 2001, 2003, 2007, 2009), 2 Champions League (1998-’99, 2007-’08), 2 Coppa Intercontinentale/Mondiale per Club (1999 e 2008), 3 FA Cup (1996, 1999, 2004) e 3 Community Shield (1996, 1997, 2008). Va poi aggiunta la FA Youth Cup 1992, vinta da capitano. Con la Nazionale inglese ha giocato 85 match, prendendo parte a 2 Mondiali (1998 e 2006) e a 3 Europei (1996, 2000 e 2004). Dopo il ritiro è diventato un tecnico, entrando dapprima nello staff della Nazionale, e poi anche in quello dello United, dopo lo storico passaggio di testimone da Ferguson a David Moyes. Lascia i mancuniani con l’avvento in panchina di Louis Van Gaal, rimanendo nello staff dell’Inghilterra. Nel dicembre 2015 diventa l’allenatore del Valencia, venendo esonerato a marzo. Da allora si è distinto come commentatore televisivo. Nel ruolo, mi pare giusto dedicare comunque una ‘menzione d’onore’, all’irlandese Johnny Carey, primo capitano dello United post-bellico.

3 (terzino sinistro) – Denis IRWIN: Questa è stata una scelta difficile. Alcuni appassionati indicano Roger Byrne, capitano caduto nel ‘Disastro di Monaco’. Guardando le carriere, non avrebbero demeritato nemmeno lo scozzese Arthur Albiston (Anni ’70-’80, cresciuto nelle giovanili del club) o l’irlandese Tony Dunne (Anni ’60-’70, titolare nella squadra che vinse la prima Coppa dei Campioni della squadra, nel 1968). Ma, alla fine, ho scelto un altro “verde”: Denis Irwin. Capace di giocare indifferentemente anche a destra, è il “3” dei maggiori successi dell’era-Ferguson. Cresciuto a Corke, inizia la sua carriera in Inghilterra, al Leeds United. In prima squadra gioca tre anni, in Second Division, prima di accasarsi all’Oldham Athletic. Qui rimane per 4 stagioni, raggiungendo l’ultimo anno le semifinali di FA Cup e la finale di Coppa di Lega. Lo acquista quindi lo United, dove rimane 12 stagioni, vincendo tutto e segnalandosi per le sue abilità sui calci piazzati. Ai Red Devils inizia subito a vincere, con la Community Shield e la Coppa delle Coppe 1990-’91 cui seguiranno, nell’ordine: la Supercoppa Europea 1991, 7 Premier League (1993, 1994, 1996, 1997, 1999, 2000, 2001), 3 FA Cup (1994, 1996, 1999), una Coppa di Lega (1991-’92), altre 3 Community Shield (1993, 1996, 1997), la Champions League 1998-’99 e una Coppa Intercontinentale (1999). Chiusa l’avventura mancuniana, gioca altre due stagioni, col Wolverhampton, quindi si ritira e torna allo United come presentatore sulla tv ufficiale del club, la MUTV. Con la sua Nazionale ha giocato 56 partite (con 4 reti), prendendo parte ai Mondiali di USA ’94. Anche il francese Patrice Evra (che qui ha vinto tutto) avrebbe meritato di stare tra gli 11.

4 (difensore centrale) – Bill FOULKES: Avrebbero tranquillamente potuto starci Steve Bruce, storico stopper del primo decennio dell’Era Ferguson (e capitano dal 1994 al 1996), o il più recente Nemanja Vidic (capitano prima del suo passaggio all’Inter). Ma nessuno di loro ha la “storia red devil” che può vantare Foulkes. Un’intera carriera agonistica allo United, nelle cui giovanili è arrivato nel marzo 1950, scovato nel Whiston Boys Club. Divenuto professionista a partire dall’agosto 1951, debutta in prima squadra nel dicembre dell’anno successivo, contro il Liverpool. Sopravvissuto quasi illeso al “Disastro di Monaco”, è il primo capitano della squadra dopo la tragedia. Pur segnato psicologicamente e fisicamente dal dramma, diviene uno dei perni della ricostruzione dello United di Sir Busby che culminerà, a dieci anni da Monaco, con la vittoria della Coppa dei Campioni. É un suo gol al Bernabeu nei minuti finali, che regala allo United la finale di Wembley, a discapito del Real, e contro il Benfica arriverà il trionfo. Subito dopo il successo europeo Foulkes, ormai trentaseienne, pensa al ritiro, ma il suo allenatore e mentore lo convince a continuare. Gioca così altre due stagioni, sebbene ormai più da rincalzo e da “uomo squadra”, chiudendo nel 1970. Il suo palmarès, oltre al trionfo europeo del 1968, conta 4 campionati (1956, 1957, 1965 e 1967), altrettante Community Shield (1956, 1957, 1965 e 1967) e una FA Cup (1962-’63). Dopo il ritiro allena per 5 anni nelle giovanili del club, trasferendosi poi a fare l’allenatore negli Stati Uniti, prima ai Chicago Sting (1975-1977), quindi ai Tulsa Roughnecks (1978-1979), e infine ai San José Earthquakes (1980). Torna quindi in Europa, traferendosi in Norvegia dove allena vari club tra il 1981 e il 1985. Torna su una panchina nel 1988, accettando l’incarico dei giapponesi del F.C. Mazda Hiroshima, dove rimane per 4 prima di fare ritorno in Inghilterra. Colpito dal morbo di Alzheimer, è scomparso nel novembre dello scorso anno, ad 81 anni.

5 (difensore centrale) – Rio FERDINAND: Nella prima edizione avevo scelto Gary Pallister ma, dopo attenta riflessione, ho pensato di operare questa variazione. Senza dimenticare di citare anche l’olandese Jaap Stam, al centro della difesa United che vinse la Champions nel 1999, e poi protagonista in Italia con Lazio e Milan. Nato nella zona attorno a Londra, si mette presto in luce nelle formazioni scolastiche, attirando l’attenzione di diverse società. Dopo vari provini, entra nel settore giovanile del West Ham, dove giocherà con un altro ragazzo che farà decisamente strada, Frankie Lampard. Debutta in prima squadra nell’ultima giornata della stagione 1995-’96, quindi qualche mese più tardi va in prestito al Bournemouth, ma a gennaio gli ‘Hammers’ se lo riprendono e nell’estate 1997 il ragazzo finisce già nel mirino del Manchester United. Trattenuto al West Ham, gioca la sua prima vera stagione da titolare, e lo fa alla grande, conquistando il trofeo quale miglior “Hammer” della stagione, a soli 19 anni. Rimane ad Upton Park fino al novembre 2000, quando viene acquistato dal Leeds United, al tempo munifico e ambizioso (anche se poi si scoprirà essere tutt’altro che solido, finendo sul lastrico). Coi “Whites” arriva fino alle semifinali di Champions League, mentre l’anno seguente viene scelto come capitano al posto del sudafricano Lucas Radebe. Dopo un ottimo Mondiale 2002 con l’Inghilterra (nella quale aveva debuttato giovanissimo nel 1997), dati gli emersi guai finanziari del Leeds, viene ceduto allo United per quasi 30 milioni di sterline. Divenuto subito un pilastro dello schieramento di Sir Alex Ferguson (che per lui stravede), gioca all’Old Trafford fino alla rivoluzione seguita al flop di David Moyes. Andato via a parametro zero per giocare un’ultima stagione con il QPR, dopo la quale si è ritirato, coi ‘Red Devils’ ha giocato 12 stagioni, per complessive 455 gare. Ricco il palmarès: 6 Premier League (2003, 2007-2009, 2011 e 2013), una FA Cup (2003-’04), 5 Community Shield (2003, 2007, 2008, 2011, 2013) e, soprattutto un Mondiale per Club 2008 e una Champions League (2007-’08) alzati da capitano, dato che per l’assenza di Gary Neville e la panchina di Ryan Giggs, Ferguson aveva scelto lui come ‘skipper’ nella sfida moscovita contro il Chelsea, confermandolo poi anche nella finale intercontinentale, per assenza dei due succitati leader dello spogliatoio ‘rosso’. Con l’Inghilterra, di cui per un periodo è stato anche capitano (con Fabio Capello come CT, nel periodo in cui la fascia era stata tolta a John Terry), ha giocato 81 match (arricchiti da 3 reti), disputando 3 Mondiali: 1998, 2002 e 2006. Dopo alcune frizioni con l’attuale CT Hodgson (che l’ha escluso per questioni non di natura tecnica dalla squadra per Euro 2012), nel maggio 2013 ha dato l’addio alla Nazionale. Dopo il ritiro si è dedicato a varie attività, compreso un fallito tentativo di darsi alla boxe. È, tra le varie cose, commentatore televisivo, attore e musicista.

6 (centrocampista difensivo) – Duncan EDWARDS: Originario di Dudley, nel Worchestershire, si mette in luce fin da subito nelle varie formazioni scolastiche e, da queste, nelle prime selezioni giovanili nazionali. Prospetto che piace a diverse squadre, nonostante l’interesse del locale (e, all’epoca, vincente) Wolverhampton (di cui era inizialmente simpatizzante), decide di firmare per il Manchester United, affascinato dai successi, anche giovanili, dei ‘Busby Babes’. Approda all’Old Trafford nel 1952, a 14 anni, bruciando le tappe in maniera impressionante. Nell’aprile del 1953, infatti, debutta già in prima squadra, avendo compiuto 15 anni da circa 2 mesi. Inizialmente fa il saliscendi con le formazioni giovanili (conquistando, dal 1953, 3 Youth FA Cup consecutive, segnando 2 reti nella finale di andata del 1954, e una in quella del 1955), ma è quasi da subito un punto fermo della formazione dei ‘grandi’. Al servizio di Matt Busby vince 2 campionati (1956 e 1957) e altrettanti Community Shield (1956 e 1957), ed è tra i protagonisti delle cavalcate europeo, che fanno di quel Manchester United un serio sfidante al dominio in Coppa dei Campioni del Real Madrid. Il sogno di spodestare gli spagnoli, tuttavia, si concluderà tragicamente a Monaco di Baviera, nel ritorno dalla trasferta in Jugoslavia per i quarti di coppa, contro la Stella Rossa di Belgrado. Quel 6 febbraio 1958 l’areo su cui viaggia lo United ha problemi al decollo e si schianta in pista. Muoiono diversi giocatori, altri riportano ferite gravi, solo qualcuno (tra cui Charlton e Foulkes) se la cava con poco. Edwards lotterà tra la vita e la morte per ben 2 settimane, prima di spirare in un ospedale bavarese. Aveva solo 21 anni (e già 150 presenze in campionato), ed era considerato il più grande talento del calcio britannico, con un avvenire da grandissima carriera. Tante le celebrazioni per lui, sia in quei primissimi tempi, sia nei decenni seguenti. Parchi e vie dedicati, libri che ne celebrano le gesta e un ricordo perpetuo nella memoria dei tifosi, dei ‘Red Devils’ e non solo. Con la Nazionale ha collezionato 18 presenze e 6 reti. Da citare, tra i suoi eredi, l’irlandese Roy Keane, ‘faro’ dello United di sir Alex Ferguson.

7 (ala destra) – George BEST: La maglia più importante di tutte, nello United. Tanto che l’ha avuta anche Cantona, nonostante giocasse in un altro ruolo. Due miti come Bryan Robson prima e David Beckham poi le hanno reso un sacco di onore, nel ruolo. Ma nessuno di loro può superare la “mitologia” raggiunta da Georgie Boy. Il più amato in assoluto dai tifosi, all’interno della “Trinità red devil” che, oltre a lui, comprende Charlton e Law. Tecnica sopraffina, superata solo dalla sua follia, che ne ha condizionato pesantemente, e gli è poi costata prematuramente la vita. Nato a Belfast, nell’Irlanda del Nord, approda all’ombra dell’Old Trafford a 15 anni, segnalato dallo scout Bob Bishop, che al manager dello United, Matt Busby, scrive semplicemente “Credo di averti trovato un genio”. In prima squadra debutta nel settembre 1963, a 17 anni, facendo la spola tra la formazione principale e la squadra riserve, vincendo al contempo la FA Youth Cup con la squadra giovanile (sua la rete che dà l’1 a 1 allo United nel match d’andata contro lo Swindon Town). Promosso in maniera definitiva in prima squadra, ne diventa immediatamente uno dei pilastri, facendosi sentire anche dal punto di vista realizzativo. Alla sua prima stagione da titolare, vince subito il campionato, vittoria a cui contribuisce con 10 reti in 41 partite. Due le reti europee, siglate in Coppa delle Fiere, dove la squadra arriva fino alle semifinali, eliminata dagli ungheresi del Ferencvàros che vinceranno poi il trofeo in finale contro la Juventus. Curiosamente, entrambe le reti sono state l’ultima di un 6 a 1: la prima nel ritorno casalingo contro gli svedesi del Djurgardens, la seconda nell’andata del secondo turno in casa del Borussia Dortmund. La stagione successiva si apre con un suo goal che apre le marcature nella Charity Shield (2 a 2 finale, contro il Liverpool), ma il vero “boom” internazionale arriva con la doppietta rifilata al Benfica allo stadio Da Luz, nel ritorno dei quarti di finale di Coppa Campioni (un’altra doppietta l’aveva rifilata al primo turno ai finlandesi del HJK, nel 6 a 0 del ritorno all’Old Trafford), dando avvio alla leggenda del “Quinto Beatle”. Un infortunio in campionato, però, mette fine alla sua stagione, impedendogli di partecipare alla doppia sfida di semifinale europea con il Partizan di Belgrado, che conquisterà poi la finale, vinta dal Real Madrid. Torna in campo all’inizio della stagione successiva, non saltando nemmeno una partita di campionato, che la squadra rivince. L’apoteosi arriva però l’anno successivo: la stagione si apre con la seconda Charity Shield e si chiude col titolo di capocannoniere in campionato (28 reti in 41 partite) e il trionfo in Coppa dei Campioni. Best segna il gol-vittoria nell’andata delle semifinali contro il Real Madrid quindi, nella finale di Wembley, dopo l’1 a 1 nei tempi regolamentari, riporta in vantaggio i Red Devils nei supplementari, prima che Kidd e Charlton (autore anche del primo gol) chiudano il match. A fine anno viene insignito del Pallone d’Oro, ma sfortunatamente la vittoria di Wembley chiude un ciclo e di trofei non ne arriveranno altri. Questo nonostante Best giochi altre quattro ottime stagioni, giocando tra campionato e coppe oltre 50 partite a stagione, tutte oltre i 20 goal totali. Al termine della stagione 1971-’72, la sesta consecutiva in cui è il top scorer del club, annuncia il ritiro. Ci ripensa però quasi subito, presentandosi al ritiro precampionato. Allo United rimane altre due stagioni, assolutamente disastrose: nella prima, dopo aver fatto bagordi in un nightclub in dicembre, viene sospeso e messo fuori squadra, e in aprile annuncia nuovamente il ritiro, dopo aver giocato solo 19 partite di campionato. In quella successiva finisce addirittura in arresto, salta gli allenamenti e la squadra retrocede. Lascia lo United e si trasferisce in Sud Africa, dove gioca alcune partite con lo Jewish Guild. Tornato in Inghilterra, gioca tre partite in quarta serie con lo Stockport County, quindi si sposta in Irlanda, giocando altre tre partite in due mesi col Cork Celtic. Decide quindi di accettare la sfida dell’avventura statunitense, firmando coi Los Angeles Aztecs, dove disputa un’ottima annata con 15 reti in 23 partite. Nei due anni successivi alterna la partecipazione al campionato inglese di Seconda Divisione col Fulham ad altri due campionati a Los Angeles, approfittando della diversa strutturazione stagionale (negli Stati Uniti si gioca secondo l’anno solare). A metà della terza annata californiana cambia squadra, passando ai Fort Lauderdale Strikers, con cui gioca pure l’anno dopo. Quindi ripete quanto fatto nei due anni precedenti, alternandosi tra gli americani del San José Earthquakes e gli scozzesi dell’Hibernian. Nel 1982-‘83 gioca una manciata di partite il Terza Divisione, al Bournemouth, quindi gioca 4 partite in Australia, coi Brisbane Lions. La sua ultima partita la gioca in Patria, in coppa nazionale, col Tobermore United, lasciando poi definitivamente il calcio giocato, dopo vent’anni di carriera professionistica. Con la Nazionale nordirlandese ha giocato 37 partite, segnando 9 reti, non prendendo parte ad alcun torneo internazionale importante. É scomparso il 25 novembre 2005, a causa di diverse complicanze dovute alla sua vita alcolica. In memoria, gli è stato intitolato l’aeroporto di Belfast. Della sua scintillante quanto scriteriata vita, rimarranno tra le altre due “immagini”. Le sei reti, annunciate e poi realizzate nel quarto turno della FA Cup 1970, contro il Northampton Town. E il suo epitaffio più celebre: “Ho speso molti soldi per alcool, ragazze e macchine veloci. Il resto l’ho sperperato”. Da non trascurare anche “Se fossi nato brutto, non avreste mai sentito parlare di Pelé” e “Nel 1969 ho dato un taglio a donne e alcool. Sono stati i peggiori 20 minuti della mia vita”. Il suo allenatore e mentore dell’era d’oro, Sir Matt Busby, disse: «Il discorso alla squadra era molto semplice. Tutto quello che dicevo di solito era “Appena è possibile, date palla a George Best”».

8 (seconda punta) – Wayne ROONEY: Riconoscimento importante, per l’ultimo capitano inglese dello United. Lo inserisco infatti al posto di una vera e propria leggenda dei ‘Diavoli Rossi’ come Eric Cantona, nel cui ‘box’ avevo proprio detto di averlo preferito a Rooney. Ora ho cambiato idea. Nato e cresciuto nell’area di Liverpool, dopo aver impressionato fin da bambino in alcune formazioni scolastiche, a soli 9 anni viene notato dall’Everton, che lo fa entrare nel proprio settore giovanile. Dopo valanghe di gol, l’approdo nella formazione Under-19 a soli 15 anni e qualche panchina in Premier, debutta in prima squadra nell’agosto 2002, non ancora diciasettenne. I primi gol arrivano ad ottobre, con una doppietta in Coppa di Lega, quindi segna il gol-vittoria in campionato contro l’Arsenal, stoppandone una striscia di imbattibilità di 30 partite. Una rete che fa definitivamente notare il ragazzo, che finisce nel mirino del Manchester United. I ‘Toffees’ tengono duro, trattenendo ‘Wazza’ per un’altra stagione. Ma nell’estate del 2004 ecco l’approdo all’Old Trafford, per oltre 25 milioni di sterline. Sir Alex Ferguson gli assegna la maglia numero 8 e lo lancia subito in Champions League, dove Rooney debutta con una tripletta, a 19 anni ancora da compiere. In questa stagione lo United non vince nulla, ma il ragazzo viene premiato come miglior giocatore giovane della stagione, che conclude con 43 presenze e 17 reti. La crescita di Wayne è costante, i successi arrivano in serie e i gol pure, spesso bellissimi (ha vinto per tre volte il premio per il miglior gol della stagione in Premier) e decisivi. Quello più noto è la rovesciata che dà allo United la vittoria nel derby contro il City, nella stagione 2010-’11. Abbonato alle triplette, quella più bella e importante la rifila all’Arsenal in uno spettacolare 8 a 2 da record. Con lo United ha vinto 5 campionati (2007-2009 di fila, poi 2011 e 2013), 1 Champions League (2007-’08), 1 Mondiale per Club (2008, segnando il gol-vittoria che gli vale il titolo di MVP della competizione), 1 Europa League (2016-’17), 4 Community Shield (2007 – trasformando il rigore decisivo -, 2010, 2011 e 2016) e 3 Coppe di Lega (2006, 2010 e 2017), le prime 2 da assoluto protagonista. Nel primo caso segna il primo e l’ultimo dei 4 gol con cui lo United si sbarazza del Wigan, venendo scelto come ‘Man of the Match’. Nel secondo segna il gol-vittoria che completa la rimonta sull’Aston Villa). Nell’estate 2014 diviene capitano del club e della Nazionale, e in rosso rimarrà ‘skipper’ fino all’addio, avvenuto nel 2017, quando fa ritorno all’Everton. Lascia lo United dopo 559 presenze e 253 reti, che ne fanno il più grande bomber nella storia del club. Dopo una sola stagione lascia anche i ‘Toffies’, trasferendosi nella MLS nordamericana, al D.C. United. Con la maglia dei ‘Tre Leoni’ (con la quale ha debuttato nel 2003) le presenze sono invece 119 e le reti 53, che ne fanno anche qui il bomber assoluto. 3 i Mondiali giocati (2006, 2010 e 2014), e 2 gli Europei disputati (2004 e 2012). Ha lasciato la Nazionale nell’agosto 2017. Numerosi i riconoscimenti a titolo personale: tra gli altri, il Premio Bravo nel 2003, il Golden Boy nel 2004, il premio come miglior giocatore della Premier nella stagione 2009-‘10 e il titolo quale miglior giocatore dell’Europeo Under-17 nel 2002.

9 (centrocampista offensivo) – Bobby CHARLTON: Non ce ne voglia (di nuovo) Bryan Robson, uno dei giocatori più amati di sempre e quello che per più tempo ha portato la fascia di capitano (1982-1994). Né i due Paul, Scholes e Ince, protagonisti di molti successi dei Red Devils. Ma, per quanto siano stati tutti sopraffini “cervelli” della mediana rossa, nessuno può togliere il ruolo alla bandiera delle bandiere, sir Bobby Charlton. Lui É il Manchester United, la quintessenza dell’icona, punto. Notato dall’allora capo scout dei mancuniani, Joe Armstrong, in un torneo scolastico, Charlton approda allo United nel 1953 a 15 anni. Dopo aver giocato nelle formazioni giovanili (vincendo per tre anni di fila la FA Youth Cup) e nella squadra riserve, debutta tra i “grandi” nell’ottobre del 1956, contro il Charlton Athletic, a cui qualche mese più tardi rifila una tripletta nel girone di ritorno. Schierato come interno o esterno d’attacco, sia a destra sia a sinistra, conclude la sua stagione di debutto in prima squadra con 10 reti in 14 partite di campionato – che contribuisce a vincere -, più un goal nella sua unica apparizione europea e un altro nei due match di FA Cup disputati. Divenuto titolare, è tra i sopravvissuti al “Disastro di Monaco” (aveva scambiato il posto assegnatogli con un compagno rimasto invece ucciso), se la cava con una settimana di ospedale, tornando in campo poco dopo. Diventato “attaccante arretrato” e vero e proprio regista negli anni, è la proiezione in campo dell’allenatore Busby. Tornato a vincere un trofeo con la FA Cup 1962-’63, mette poi in bacheca altri due successi in campionato (1965 e 1967), due Community Shield (1965 e 1967, edizione in cui segna due dei tre gol dello United) e, soprattutto, la Coppa dei Campioni 1968, con la fascia di capitano e due reti nella finale di Wembley vinta per 4 a 1 contro il Benfica (suo il gol dell’1 a 0 e quello del 3 a 1 nei supplementari). Rimane a Manchester fino al termine della stagione 1972-’73, la diciassettesima in prima squadra, chiudendo con 758 presenze (secondo assoluto, superato solo negli ultimi anni da Ryan Giggs) e 249 reti, tutt’ora prima assoluto di marcature in maglia United. Divenuto allenatore del Preston North End nella stagione 1973-’74, in quella successiva torna in campo, agendo da giocatore-allenatore. Lascia all’inizio della stagione successiva, per disaccordi con la dirigenza, tornando poi nuovamente a calcare il campo da gioco per tre partite con il Waterford United. Diviene quindi dirigente del Wigan, per il quale nel 1983 fa anche brevemente l’allenatore “protempore”. Dal 1984 fa parte del Consiglio d’Amministrazione del Manchester United. Con la Nazionale inglese ha giocato 106 partite, realizzando 49 gol, vincendo il Mondiale 1966 e conquistando il terzo posto all’Europeo 1968. Ha inoltre preso parte ai Mondiali 1958, 1962 e 1970. Vincitore del Pallone d’Oro 1966, nel gennaio 2011 è stato votato dai tifosi dello United come il quarto giocatore più grande di sempre nella storia del club. É da molti considerato il più grande giocatore inglese di tutti i tempi.

10 (prima punta) – Denis LAW: Scozzese di Aberdeen, viene scoperto a 15 anni da un osservatore dell’Huddersfield Town, che lo porta in Inghilterra. Debutta in prima squadra nel dicembre 1956, a 16 anni, in Seconda Divisione, l’allora Serie B inglese. Attirate da subito le attenzioni del “boss” dello United Matt Busby, rimane comunque all’Huddersfield fino al 1960, quando arriva si a Manchester, ma sponda City, che brucia la concorrenza del Liverpool (sulla cui panchina era arrivato, proprio dall’Huddersfield, Bill Shankly), oltre che nuovamente quella dello United. Segna 21 reti in 44 partite di campionato, ma è scontento del livello della squadra e così ottiene di essere ceduto dopo soltanto una stagione, approdando in Italia, al Torino, che lo soffia all’Inter. Segna dieci gol in 27 match, ma non apprezza il catenaccio italiano e chiede insistentemente la cessione. Dapprima garantitogli un ritorno in Patria, viene poi ceduto alla Juventus. Ma lui scappa in Scozia, non volendone sapere di rimanere in Italia, e così viene alla fine accontentato passando finalmente al Manchester United. Debutta con un gol dopo soli sette minuti, un segno inequivocabile di cosa rappresenterà il giocatore per i Red Devils. Chiude la sua prima stagione “in rosso” con 23 reti in 38 partite di campionato e un 6 su 6 in FA Cup, compresa la rete che apre le marcature della finale, vinta dallo United per 3 a 1 sul Leicester City (di Herd le altre due reti). La stagione successiva è ancora più prolifica: 30 reti in altrettante partite di campionato, addirittura 10 in 6 di FA Cup, cui si aggiungono le 6 in 5 partite di Coppa delle Coppe. Numeri che gli valgono il Pallone d’Oro 1964. La terza stagione è quella dell’agognato titolo nazionale con annesso titolo di capocannoniere, cui seguono la Community Shield, quindi un altro titolo nazionale e l’apoteosi della stagione 1967-’68, iniziata con la Community Shield (proprio di Law il terzo gol mancuniano) e conclusa con il trionfo europeo di Wembley. Anche se per Law è dolceamaro: se infatti la sua coppa inizia con una doppietta nel 4 a 0 contro l’Hibernians al primo turno, è anche vero che il riacutizzarsi del doloro al ginocchio dopo il grave infortunio di due anni e mezzo prima (che non smetterà mai di dargli problemi) gli preclude la possibilità di giocare le semifinali e, soprattutto, la finale. Law sembra tornare in perfetta forma la stagione successiva, con 14 gol in 30 partite in campionato, 7 in 6 in FA Cup e, soprattutto, 9 in 7 di Coppa dei Campioni (7 solo nelle prime due partite, dove agli irlandesi del Waterford United ne fa 3 all’andata e 4 al ritorno. Gli altri due arrivano nella terza partita, all’andata contro l’Anderlecht), che gli valgono il titolo di capocannoniere, e dove lo United campione in carica arriva fino alle semifinali, eliminato dal Milan poi campione. L’annata 1969-’70, la prima senza Matt Busby in panchina, è un disastro per Law: a causa degli infortuni gioca solo 16 partite (con 3 gol) tra campionato e coppe, tanto che la società decide di cederlo, ma non trova acquirenti e lui rimane allo United. Tornando in voga nelle due stagioni successive, anche se non vince nulla: 28 partite e 15 reti nel campionato 1970-’71 , 33 partite e 13 reti in quello successivo. Il ginocchio torna però a dargli noie, e la stagione 1972-’73 lo vede giocare in tutto 14 partite, con due sole reti. A questo punto i Red Devils lo lasciano libero e lui…rimane in città: si accasa infatti al City, dopo 404 partite e 237 gol (secondo solo a Charlton) in maglia rossa. Coi Citizens (ri)debutta segnando una doppietta e chiude segnando un gol di tacco che regala agli “Sky Blues” la vittoria nel derby che vede lo United retrocedere in “Serie B”. Dopo aver giocato il Mondiale 1974 con la sua Scozia, gioca un paio di amichevoli estive col City, per annunciare poi il ritiro. Da allora ha lavorato come commentatore per le radio e in tv. Con la Nazionale scozzese ha giocato 55 partite, condite da 30 reti, andando in gol in tre diverse decadi (prima marcatura nell’ottobre 1958, ultima nel maggio 1972). É stato il primo giocatore in assoluto ad essere introdotto nella ‘English Football Hall of Fame’. Nel 2004, nell’ambito dei festeggiamenti per il 50° anniversario dalla nascita della FIFA, la federazione scozzese l’ha indicato come proprio miglior giocatore del XX secolo nell’ambito dell’UEFA Jubilee Awards.

11 (ala sinistra) – Ryan GIGGS: Pupillo tra i pupilli nei mitici ‘Fergie’s Fledglings’ (noti anche come ‘Classe del ‘92’), il gallese è arrivato allo United all’età di 14 anni, dopo esser stato soffiato ai “cugini” del City, che l’avevano scovato nel Deans FC e poi “controllato” per un biennio mentre giocava nel Salford Boys. Ala velocissima e dal dribbling mortifero, è il giocatore che in assoluto ha più di tutti vestito la maglia dello United, con 962 presenze (corredate dal 168 reti). Dal suo debutto, avvenuto il 2 marzo 1991 (due mesi più tardi, alla prima volta da titolare, ha segnato la sua prima rete, proprio del derby col City), ha disputato con i Diavoli Rossi ben 24 stagioni, vincendo 13 titoli nazionali (1993, 1994, 1996, 1997, 1999, 2000, 2001, 2003, 2007, 2008, 2009, 2011, 2013), 2 Champions League (1999 e 2008) e altrettante edizioni della Coppa Intercontinentale/Mondiale per Club (1999 e 2008), una Supercoppa Europea (1991), 4 FA Cup (1994, 1996, 1999, 2004), 9 Community Shield (1993, 1994, 1996, 1997, 2003, 2007, 2008, 2010, 2013) e 4 Coppe di Lega (1992, 2006, 2009, 2010). Numerosi i riconoscimenti individuali, tra cui ricordiamo l’elezione nella English Football Hall of Fame nel 2005 e il Golden Foot nel 2011. Con la sua Nazionale (68 presenze e 13 goal) non ha preso parte a nessun torneo importante, ma è stato però capitano della formazione “unificata” del Regno Unito alle Olimpiadi 2012 di Londra. Contemporaneamente giocatore e membro dello staff tecnico di Moyes, quando quest’ultimo viene esonerato la società gli affida ad interim la guida della squadra. Finita la stagione, ha lasciato il calcio giocato, ed è stato promosso vice del nuovo tecnico dei ‘Red Devils’, Louis Van Gaal. Dopo l’addio del tecnico olandese, punta alla successione (come da precedenti accordi), ma la società preferisce puntare su José Mourinho, e lui allora lascia definitivamente il club dopo quasi 30 anni. Dal gennaio 2018 è CT del Galles.

ALL. Sir Alex FERGUSON: Scozzese, con un passato discreto da calciatore (ha vinto anche la classifica marcatori del campionato scozzese, vestendo la maglia del Dunfermline, nella stagione 1965-’66, giocando poi anche per i Rangers di Glasgow), inizia ad allenare nel 1974, a 32 anni, subito dopo aver chiuso col calcio giocato, accettando la chiamata dell’East Stirlingshire. Dopo 4 mesi, lascia la squadra per accettare l’offerta del St. Mirren. Ci rimane per 4 stagioni, vincendo un insperato titolo scozzese nella stagione 1976-’77. Dal 1978 è sulla panchina dell’Aberdeen, dove rimane fino al 1986 vincendo tre campionati (1979-’80, 1983-’84 e 1985-’85), una Coppa delle Coppe (1982-’83), una Supercoppa Europea (1983), 4 coppe nazionali (di cui tre consecutive: 1982-1984 e 1986), una Coppa di Lega (1985-’86) e una Drybrough Cup (1980). Entrato nel frattempo nello staff tecnico della Nazionale scozzese, dopo l’improvvisa morte del CT Jock Stein, prende in carico la squadra, guidandola ai Mondiali 1986, dopo i quali lascia l’incarico. Rimane ancora qualche mese all’Aberdeen, prima di approdare allo United, il 6 novembre 1986. I primi anni sono difficili, la squadra non vince nulla, ma sto ponendo le basi per i successi che verranno. Il primo titolo è la FA Cup 1989-’90, che darà il via a una serie incredibile di successi, con una permanenza record sulla panchina dei “Red Devils” di 27 stagioni (1500 partite in totale). Il palmarès mancuniano di “Fergie” parla di 13 successi in Premier League (1993, 1994, 1996, 1997, 1999, 2000, 2001, 2003, 2007, 2008, 2009, 2011, 2013), 2 Champions League (1998-’99 e 2007-’08), 2 Mondiali per Club/Coppa Intercontinentale (1999 e 2008), una Supercoppa Europea (1991), una Coppa delle Coppe (1991), 5 FA Cup (1990, 1994, 1996, 1999, 2004), 10 Community Shield (1990, 1993, 1994, 1996, 1997, 2003, 2007, 2008, 2010, 2011) e 4 Coppa di Lega (1992, 2006, 2009, 2010). Si è ritirato dopo la vittoria del campionato lo scorso anno, entrando a far parte del board del club. Il punto più alto di una carriera assolutamente fantastica è stato il Treble del 1999, con la vittoria in Champions League, in campionato e nella FA Cup. Aveva annunciato il ritiro già nel 2002, ma c’ha poi ripensato, rimando in sella per altre 11 stagioni. Numerosi i premi a livello individuale, tra cui 11 (record) come miglior allenatore della Premier League. Dal carattere tosto, bravo sia coi giovani (mitica la “Classe del ’92” da lui lanciata) che coi grandi campioni, non si è fatto remore a far fuori suoi pupilli (da Beckham a Roy Keane, per citare degli esempi) nell’interesse della squadra. É unanimemente considerato uno dei più grandi allenatori di sempre, nonostante non sia annoverato tra gli ideatori di un particolare tipo di calcio. Ha sempre trovato la giusta quadra per vincere. E sempre col bel gioco, e questo è decisamente abbastanza.

Federico Zuliani

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Classe '82, juventino dalla placenta, nonostante la laurea in Scienze Politiche ha ben presto capito che la politica era meglio prenderla in giro che studiarla. Messe quindi da parte le varie ipotesi di riforma del sistema elettorale, ha scelto di dar libero sfogo al proprio umorismo abrasivo col ‘Pagellone’, attraverso cui dà i voti ai protagonisti della politica locale. Del medesimo argomento, di Sport e di tanto altro scrive sul settimanale LegnagoWeek. Collabora inoltre con altre testate cartacee e online, occupandosi di vari temi. Per ovviare allo stress dell’attività giornalistica nell’agone politico, si dedica alla “cultura del cibo”. In seguito a questa passione, ha intrapreso l’attività di food blogger, recensendo ristoranti, discutendo di ricette e litigando coi buchi della cintura. Mangia, prega, ama e impreca a Legnago.

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