All Time XI: Milan

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Una società di grande tradizione, di grandi campioni transitati all’ombra della Madonnina, per una squadra che si è caratterizzata soprattutto per la sua propensione internazionale.

Il Milan è stato, infatti, il primo club italiano ad aver vinto la Coppa dei Campioni, e anche quello che ne ha vinte di più con 7 (1963, 1969, 1989, 1990, 1994, 2003 e 2007), contro le 3 dell’Inter e le 2 della Juventus. In generale, è secondo solo al Real Madrid (10), per trionfi nella massima manifestazione continentale. Le finali sono in tutto 11, tenendo conto anche di quelle perse: nel 1958 proprio contro il Real;  le due cadute di Capello, con l’Olympique Marsiglia nel 1993 e con l’Ajax (che aveva già ‘giustiziato’ Inter e Juventus nel 1972 e nel 1973) nel 1995; e infine quella clamorosa ai rigori contro il Liverpool, nel 2005, dopo essersi fatti rimontare dal 3 a 0 dell’intervallo a 3 a 3 al novantesimo.

Allargando il raggio oltre i confini europei, il Milan è stato, fino al sorpasso degli egiziani dell’Al-Alhy, il club con più titoli internazionali al Mondo (che è cosa diversa da dire – erroneamente – “il club più titolato al Mondo”).

Ma lasciamo le chiacchiere e tuffiamoci nell’11 ‘definitivo’ del Diavolo, schierato con un 4-3-1-2 molto ‘all’italiana’:

1 (portiere) – Lorenzo BUFFON: Devo dire che qui la vicenda s’è fatta da subito complicata. Il Milan non ha la tradizione di altre squadre in materia di “grandi portieri”. I suoi o sono stati “solo” buoni oppure complessivamente sono stati si importanti, ma dando il meglio da altre parti. Penso ad esempio, per quest’ultima categoria, a Giovanni Galli: è vero che ha vinto tutto col Milan di Sacchi, ma il meglio l’aveva già dato a Firenze. Idem Ricky Albertosi, grande sotto la Fiesole e a Cagliari, già nella parte del “tramonto” in rossonero. Nella prima categoria, invece, metterei Fabio Cudicini, “il Ragno Nero”, Christian Abbiati (ha avuto picchi importanti, ma non ha mai fatto quel salto di qualità necessario), Sebastiano Rossi (clamorosamente sopravvalutato: con la squadra che gli giocava davanti, poteva anche andare a bersi qualche caffè), Dida (che ha avuto giusto un paio  di grandi stagioni, sulle quali ha vissuto di rendita). Alla fine ho deciso quindi di scegliere Lorenzo Buffon, il “guardiano” del Diavolo targato Gre-No-Li.

Friulano di Majano, muove i primi passi a Portogruaro (al tempo la squadra si chiamava Portogruarese), giocando nelle giovanili e debuttando poi in prima squadra, nel campionato Promozione 1948-’49. Passa quindi al Milan, inizialmente come riserva, ma conquistando ben presto la maglia da titolare, nonostante i soli vent’anni. La stagione successiva, la prima da “numero 1” vince subito lo Scudetto, che conquisterà poi anche nelle stagioni 1954-’55, 1956-’57 e 1958-’59. Ai tricolori aggiunge anche due vittorie nella Coppa Latina (1951, 1956), torneo che succede alla Mitropa Cup e anticipa la Coppa dei Campioni. Dopo l’ultimo Scudetto e dieci stagioni nelle fila rossonere, viene ceduto al Genoa (in cambio del suo “grande rivale” Giorgio Ghezzi, per diversi anni portiere dell’Inter nonché ex fidanzato della moglie di Buffon, la subrette Edy Campagnoli), dove gioca solo la prima metà della stagione, tornando poi nel mercato “di riparazione” a Milano, ma stavolta sulla sponda interista. Coi nerazzurri gioca tre stagioni, vincendo un altro Scudetto (1962-’63), dopo il quale viene ceduto alla Fiorentina nell’affare che porta l’estremo difensore Giuliano Sarti alla corte del Mago Herrera. A Firenze fa per una stagione il vice proprio di Ricky Albertosi, che qualche anno dopo sarà rossonero. Scende quindi in Serie C, giocando una stagione all’Ivrea e tre nel Martina di Martinafranca. Ha allenato per un breve periodo i dilettanti del Sant’Aracangelo, intraprendendo poi la carriere di talent scout per il settore giovanile del Milan, incarico che continua a seguire. Alterno il suo rapporto con la Nazionale: inizialmente poco considerato, tanto che sarà convocato prima dalla selezione del “Resto d’Europa” per sfidare i “maestri” inglesi (primo italiano del Dopoguerra, e secondo assoluto dopo Olivieri) che in azzurro, debutta con l’Italia nel novembre 1958. In azzurro disputa, da capitano, lo sfortunatissimo Mondiale cileno del 1962, alla cui conclusione uscirà dal giro della Nazionale.

2 (terzino destro) – Mauro TASSOTTI: Romano, è cresciuto nelle giovanili della Lazio, con la quale ha debuttato in Serie A, nel 1978, contro l’Ascoli, mettendo insieme 14 presenze in campionato, nonostante abbia appena 18 anni (e vincendo al contempo la Coppa Italia Primavera). L’anno successivo è già titolare, disputando 27 partite e conquistandosi una maglia per l’Europeo Under-21 del 1980. Dopo la competizione continentale, passa al Milan, retrocesso in Serie B, e da quel momento non lascerà più i colori rossoneri. I suoi primi anni col Diavolo sono avari di soddisfazioni (unico successo, la Mitropa Cup 1981-’82), tra la Serie B e le grane societarie. Tutto svolta con l’acquisto della squadra da parte di Silvio Berlusconi e l’arrivo sulla panchina rossonera di Arrigo Sacchi. Con l’allenatore romagnolo, Tassotti va a comporre uno dei quartetti difensivi più celebri della storia, e diventa anche vice capitano della squadra (dietro a Franco Baresi). Nell’era berlusconiana vince uno Scudetto (1987-’88), una Supercoppa Italiana (1988), due Coppa dei Campioni, due Coppa Interncontinentale e due Supercoppa Europea consecutive (1989 e 1990) con Sacchi. Cui seguono 4 Scudetti (di cui tre consecutivi), tre Supercoppa Italiana consecutive (1992-1994), una Champions League (1994) e una Supercoppa Europea (1994) sotto la guida di Fabio Capello. Lascia dopo la sfortunatissima stagione 1996-’97, quella dell’esonero di Tabarez e del ritorno di Arrigo Sacchi, con un misero undicesimo posto in campionato. Viene subito nominato allenatore della squadra Primavera, alla cui guida rimane fino al 2001, vincendo due edizioni del Torneo di Viareggio (1999 e 2001), dopo la seconda delle quali affianca Cesare Maldini sulla panchina della prima squadra, dopo l’esonero di Alberto Zaccheroni. Diviene quindi ufficialmente allenatore in seconda nell’autunno del 2001, quando Carlo Ancelotti subentra a Fatih Terim. Rimane come vice sia con Leonardo sia con Massimiliano Allegri, al quale subentra dopo l’esonero per guidare la squadra nel vittorioso match di Coppa Italia contro lo Spezia (3 a 1), prima di lasciare la panchina a Clarence Seedorf, e facendo da vice pure all’olandese. Sulla panchina rossonera ha vinto due Champions League (2003 e 2007), due edizioni della Supercoppa Europea 2003 e 2007), un Mondiale per Club (2007), uno Scudetto (2003-’04), una Coppa Italia (2002-’03) e una Supercoppa Italiana (2004) con Ancelotti e uno Scudetto (2010-’11) con Allegri. Ora è responsabile del monitoraggio dei giocatori di proprietà rossonera in prestito ad altre squadre.

3 (terzino sinistro) – Paolo MALDINI: Una vita con e per il Milan. Da molti considerato il più grande interprete del ruolo nella Storia del Calcio, nonostante fosse destro naturale. Figlio d’arte, dato che suo padre Cesare è stato capitano del Milan (lo diventerà anche lui, dalla stagione 1997-’98, succedendo a Franco Baresi), entra a 10 anni nelle giovanili rossonere, nonostante simpatizzi per la Juventus. Debutta in prima squadra a 16 anni, lanciato da Nils Liedholm contro l’Udinese, il 20 gennaio 1985. Dalla stagione successiva diviene titolare, individuato subito come l’erede naturale, nel ruolo, di Antonio Cabrini e Giacinto Facchetti a livello nazionale, e del tedesco Schnellinger per quanto riguarda la storia del Milan. Da allora giocherà sempre e solo per il Milan (oltre che per la Nazionale), smettendo al termine della stagione 2008-’09, dopo aver messo insieme un record di 902 presenze con la maglia rossonera, così ripartite: 658 in campionato, 182 nelle coppe internazionali e 72 in Coppa Italia. Il suo palmarès comprende 7 Scudetti (1988, 1992-1994, 1996, 1999, 2004) , 5 trionfi in Coppa Campioni/Champions League (1989, 1990, 1994, 2003, 2007) e altrettanti nella Supercoppa Europea (1989, 1990, 1994, 2003, 2007) e in quella Italiana 1988, 1992-1994, 2004), 3 Mondiali per Club/Coppa Intercontinentale (1989, 1990, 2007), una Coppa Italia (2002-2003) e una Coppa Italia Primavera (1984-’85). A questi titoli si aggiungono, a livello individuale, i seguenti premi: Trofeo Bravo (1989) come miglior giocatore europeo under21, World Soccer Player of the Year (1994), Miglior Difensore Oscar del Calcio AIC (2004), Premio Scirea alla Carriera (2002), Miglior difensore UEFA (2007), Premio Facchetti (2008) e Premio UEFA alla Carriera (2009). Nel 2012 è stato inoltre inserito nella ‘Hall of Fame’ del calcio italiano. Detiene i seguenti record, oltre a quello di presenze nel Milan: più giovane esordiente con la maglia del Milan: 16 anni e 208 giorni (in Udinese-Milan del 20 gennaio 1985), record di presenze in Campioni/Champions League con il Milan (139), record di presenze in Serie A (647, tutte con la stessa squadra), maggior numero di stagioni disputate in Serie A (25, tutte consecutive e con la stessa squadra), record di presenze nelle competizioni UEFA per club (174, tutte con la stessa squadra), record di finali di Coppa dei Campioni/Champions League disputate (8, record condiviso con Francisco Gento, eroe del Real Madrid), record assoluto di minuti giocati ai Mondiali (2216), record di presenze nel derby di Milano (56). A livello di Nazionale, viene convocato dal padre, CT dell’Under-21, per il Campionato Europeo di categoria del 1986, bissando l’esperienza anche due anni più tardi. Nel frattempo debutta, nel marzo 1988, anche in Nazionale Maggiore, con la quale disputerà l’Europeo in quell’anno, giocando tutte le partite. Divenuto in fretta un punto fermo degli Azzurri, disputerà altri due Europei (1996 e 2000) e, soprattutto, quattro edizioni dei Mondiali (1990, 1994, 1998, 2002), non riuscendo però a centrare nessun successo. Con la Nazionale ha collezionato complessivamente 126 presenze (terzo di sempre dopo Gigi Buffon e Fabio Cannavaro), di cui 74 da capitano (secondo solo a Fabio Cannavaro -79-. Fascia ereditata, anche in questo caso, da Franco Baresi, dopo i Mondiali USA ’94). La sua maglia, la ‘3’, appunto, è stata ufficialmente ritirata dal Milan. Dopo il ritiro, si è spesso parlato del fatto che un rapporto non buono con Adriano Galliani, deus ex machina societario, ne abbia impedito l’ingresso nella “stanza dei bottoni”. Il suo nome si è fatto con insistenza quando sembrava che Barbara Berlusconi fosse in procinto di liquidare Galliani e prendere il totale controllo della società, ma poi la “pax di Arcore”, voluta da Berlusconi padre, ha portato alla permanenza in società di Galliani, facendo saltare l’ipotesi-Maldini.

4 (mediano destro) – Giovanni TRAPATTONI: Milanese di Cusano, entra da ragazzo nelle giovanili del Milan, con cui debutta in Serie A nella stagione 1959-’60. Dalla stagione successiva diviene titolare, ed è uno dei pupilli di Nereo Rocco, che ne fa il suo “mastino” in mediana. Col Milan rimane fino al 1971, vincendo due Scudetti (1961-’62 e 1967-’68), due Coppa dei Campioni (1963 e 1969), una Coppa Intercontinentale (1969), una Coppa delle Coppe (1968) e una Coppa Italia (1966-’67). Dopo un’ultima stagione disputata al Varese, torna la Milan come vice dell’ex compagno Cesare Maldini, al cui fianco centra l’accoppiata Coppa delle Coppe-Coppa Italia nella stagione 1972-’73. Nella stagione successiva, dopo l’esonero del vecchio sodale, gli subentra, dando il via alla sua “mitica” carriera di allenatore. Dopo una stagione di stop, torna sulla panchina rossonera, stavolta dall’inizio, nel campionato 1975-’76, affiancato dal “maestro” Rocco come direttore tecnico. Viene sollevato dall’incarico a quattro giornate dalla fine, ma questo non gli impedisce di essere scelto da Giampiero Boniperti per il rilancio della Juventus. In bianconero vince tutto il possibile, in Italia (6 Scudetti: 1977 – al primo colpo – 1978, 1981, 1982, 1984 e 1986; e 2 Coppe Italia: 1979 e 1983) e all’estero (Coppa UEFA 1977, Coppa delle Coppe 1984, Supercoppa Europea 1984, Coppa dei Campioni 1985 e Coppa Intercontinentale 1985), passando poi all’Inter e vincendo anche qui lo Scudetto (1988-’89) e la Coppa UEFA (1990-’91), oltre che la Supercoppa Italiana 1989. Torna quindi alla Juventus, dove vince nuovamente (è la terza: un record) la Coppa UEFA (1992-’93), ma non riesce a ritrovare i fasti del suo decennio bianconero precedente. Lascia nel 1994 (dopo un triennio) per far spazio al nuovo corso di Marcello Lippi e della ‘Triade’, approdando sulla panchina dei tedeschi del Bayern Monaco, dove rimane una sola stagione senza successi. Accetta quindi la sfida di Cagliari, rassegnando le dimissioni nella prima metà della stagione a causa di scarsi risultati. Riparte per la Baviera la stagione successiva, vincendo in due stagioni una Bundesliga (il primo anno), una Coppa di Germania e una Coppa di Lega (il secondo anno). Torna quindi nuovamente in Patria, allenando per due stagioni la Fiorentina, poi nel 2000 diventa CT della Nazionale italiana. Il suo quadriennio è tutt’altro che brillante, col fallimento polemico del Mondiale nippo-coreano del 2002 e l’ancor più disastroso Europeo del 2004, nel quale l’Italia esce al primo turno. Chiuso l’esperienza azzurra, allena per una stagione i portoghesi del Benfica, con cui vince il campionato. Torna quindi in Germania, allo Stoccarda, venendo esonerato a febbraio. Riparte qualche mese più tardi in Austria, al Red Bull Salisburgo, vincendo il campionato al primo tentativo. Chiuso il biennio austriaco, torna a fare il CT, stavolta per l’Eire, sfiorando la qualificazione al Mondiale 2010, estromesso solo agli spareggi con la Francia, e vittima di un clamoroso gol irregolare (con strascico polemico nelle indagini sulla FIFA). Guida gli irlandesi all’Europeo 2012, lasciando l’anno dopo in seguito al fallito tentativo di qualificare la squadra per i Mondiali brasiliani del 2014.

5 (stopper) – Cesare MALDINI: Triestino doc come il “Paròn” Rocco, cresce nel settore giovanile degli alabardati, coi quali esordisce in prima squadra sul finire della stagione 1952-’53. La stagione successiva, che vede tornare sulla panchina giuliana proprio Rocco, diventa titolare e viene subito nominato capitano. Viene quindi ceduto al Milan, dove rimarrà fino al 1966, giocando più di 400 partite ufficiali e divenendo anche capitano della squadra. E sarà proprio lui, da capitano, ad alzare al cielo la Coppa dei Campioni (la prima in assoluto per una squadra italiana) vinta a Wembley nel 1963, contro i campioni in carica del Benfica. In panchina c’è sempre il maestro Rocco, arrivato due anni prima, e che come a Trieste gli consegna la fascia. Dopo aver messo in bacheca anche 4 Scudetti (1955, 1957, 1959, 1962) e una Coppa Latina (1956), disputa un’ultima stagione giocando per il Torino, allenato – tanto per cambiare – da Rocco. Torna al Milan da vice, assieme al suo maestro, cui succede nel 1972. Alla sua prima stagione da capo allenatore, centra la doppietta Coppa delle Coppe-Coppa Italia. La stagione successiva però le cose non vanno troppo bene, tanto da venire esonerato e sostituito dal suo vice, l’ex compagno di squadra Giovanni Trapattoni. Riparte la stagione successiva da Foggia, dove rimane due stagioni, passando poi alla Ternana. Dopo un anno di stop, è a Parma, dove rimane due stagioni portando la squadra dalla C1 alla B. Entra quindi nello staff tecnico federale, assumendo il ruolo di vice del CT Enzo Bearzot. Quando questi lascia, dopo il fallimentare Mondiale messicano del 1986, rimpiazza Azeglio Vicini sulla panchina dell’Under-21, dato che proprio il suo predecessore è stato promosso alla Nazionale maggiore. Nei dieci anni con l’Under, vince tre Europei di categoria consecutivi (1992-1996), guidando la squadra anche a due Olimpiadi (Barcellona ’92 e Atlanta ’96) e ai Giochi del Mediterraneo del ’93. Quando, nel dicembre ’96, Arrigo Sacchi si dimette improvvisamente da CT per tornare alla guida del Milan, la FIGC promuove lui, che guiderà la squadra ai Mondiali francesi ’98, caratterizzati dal dualismo tra Del Piero e Baggio e dall’uscita ai quarti, solo ai calci di rigore, contro i padroni di casa che saranno poi campioni. Torna quindi nei quadri societari del Milan come “consigliere tecnico”, tornando quindi in panchina nel marzo del 2001, in coppia con Tassotti, al posto dell’esonerato Zaccheroni. Accetta quindi l’incarico di CT del Paraguay, che qualifica al Mondiale nippocoreano del 2002, portandolo poi fino agli ottavi di finale. Torna quindi al Milan come osservatore, ricoprendo al contempo il ruolo di opinionista sportivo per il canale tv arabo ‘Al Jazeera’. Con la Nazionale italiana, da giocatore, ha disputato il Mondiale cileno del 1962, venendo inserito nella formazione Top11 del torneo, e ne è stato poi anche capitano.

6 (libero) – Franco BARESI: Semplicemente, IL Milan. Più di Rivera, più del Gre-No-Li, più degli olandesi e di tutti i grandi attaccanti o fantasisti che hanno vestito la maglia del Diavolo. Uno dei più grandi interpreti del ruolo di “libero” nella storia del calcio.

Bergamasco di Travagliato, a 15 anni affronta, insieme al fratello maggiore Giuseppe, un provino con l’Inter. Beppe viene preso, mentre Franco scartato. Gli va meglio col Milan, anche se viene accolto nel settore giovanile rossonero solo al terzo provino. Debutta in Serie A nell’aprile del 1978, non ancora diciottenne, in una vittoria esterna del Milan (2 a 1) sul campo del Verona. L’anno dopo Liedholm lo lancia definitivamente come titolare, nella stagione dello Scudetto “della stella”. Nel 1980, dopo aver preso parte sia all’Europeo Under-21 che a quello con la Nazionale maggiore (senza però mettere mai piede in campo) scende in B con la squadra, retrocessa d’ufficio per il calcio scommesse, riportandola prontamente in A. Al termine della stagione successiva, nonostante la nuova retrocessione (questa volta avvenuta sul campo), viene portato da Bearzot ai vittoriosi Mondiali di Spagna ’82 (ma anche qui non vedrà mai il campo), disputando nuovamente anche l’Europeo Under-21. Al rientro in Italia viene nominato, a soli 22 anni, capitano del Milan, col quale vince nuovamente il campionato cadetto. Forgiato dal Barone, diviene poi la guida in campo e il pilastro del super Milan di Sacchi prima e Capello poi. Nel frattempo ha ereditato dal grande Scirea il ruolo di leader della difesa della Nazionale, disputando l’Europeo 1988 e il Mondiale “casalingo” del ’90, dopo il quale diventa capitano anche degli Azzurri. Con Sacchi vince uno Scudetto (1987-’88), una Supercoppa Italiana (1988) e, soprattutto, due edizioni consecutive della Coppa dei Campioni, della Coppa Intercontinentale e della Supercoppa Europea nel biennio 1989-1990. Con l’arrivo in panchina del suo ex compagno Fabio Capello, la squadra diventa ancora più solida in difesa, stabilendo il record di 58 partite senza sconfitte, e a guidarla magistralmente è sempre Baresi. Sotto la guida di “don Fabio” mette in bacheca 4 Scudetti (i tre consecutivi 1992-1994 e quello 1995-’96), una Coppa dei Campioni (1994), una Supercoppa Europea (1994) e tre Supercoppa Italiana consecutive (1992-1994). Al contempo, dopo averla momentaneamente lasciata, trascina la Nazionale al Mondiale statunitense del ’94, infortunandosi al menisco nella seconda partita del girone, contro la Norvegia. Rientra, miracolosamente, per la finale col Brasile, giocando una partita memorabile, ma sbagliando il primo rigore degli Azzurri, e commuovendo poi col suo pianto tutta Italia. Lascia quindi definitivamente la Nazionale per concentrarsi solo sul Milan, con cui smette di giocare alla fine della disastrata stagione 1996-’97. Ritirata la sua maglia numero ‘6’, la società lo nomina vice presidente, anche se si tratta di un ruolo più onorifico che effettivo. Proprio per questo, nel 2002 accetta a sorpresa l’offerta degli inglesi del Fulham per diventarne direttore sportivo. Lascia l’incarico dopo due mesi e mezzo, in seguito a frizioni con l’allenatore, il francese Jean Tigana. Torna quindi al Milan, entrando nel settore giovanile come allenatore della Primavera. Nel 2006 viene “retrocesso” alla formazione Beretti, che allena per due anni, tornando poi a fare il dirigente nel settore marketing della società. Un post calcio giocato decisamente al di sotto delle attese: il suo essere prolungamento in campo tanto di Sacchi quanto di Capello, faceva pensare per lui una grande carriera da allenatore, ma non è stato così.

7 (seconda punta) – Anrdyi SHEVCHENKO: Ucraino, prodotto del vivaio della Dinamo Kiev, nel quale entra a 10 anni. Dopo tutta la trafila nelle giovanili e un triennio nella squadra “2”, a 18 anni arriva il salto in prima squadra. Dopo una prima stagione (1994-’95) in cui si divide tra prima e seconda squadra, eccolo entrare in pianta stabile nella formazione principale, mettendosi subito in mostra con 16 reti in 31 partite nel suo primo campionato da titolare. É però col ritorno sulla panchina gialloblu del mitico colonnello Lobanovski, “santone” dei successi che hanno visto dominare la squadra ucraina nel quindicennio che va dal 1975 alla dissoluzione dell’Unione Sovietica. Nelle due stagioni al servizio del colonnello Shevchenko esplode: 19 reti in 23 partite in campionato (capocannoniere), 8 su 8 nella coppa nazionale (capocannoniere) e 6 reti in 10 partite di Champions, tra cui spiccano le tre rifilate in un tempo al Barcellona in un clamoroso 0 a 4 al Camp Nou nella stagione 1997-’98. 18 reti in 26 partite di campionato (nuovamente capocannoniere), 5 in 4 partite di coppa nazionale e, soprattutto, 10 (2 sono nei preliminari) in 14 partite di Champions (capocannoniere), che trascinano la Dinamo Kiev fino alla semifinale, dove la squadra è eliminata dal Bayern Monaco. Dopo questi exploit, conditi da 5 campionati ucraini consecutivi (1995-1999) e da tre coppe nazionali (1996, 1998, 1999), Shevchenko passa al Milan per circa 25 milioni di Euro. Al suo primo anno in Italia vince subito la classifica cannonieri, con 24 centri in 32 partite. Deve però aspettare fino alla stagione 2002-’03 per mettere qualche trofeo in bacheca, ma sarà valsa l’attesa. In una stagione in cui il Milan in campionato stenta e in cui lui deve star fuori diverso tempo per un infortunio al menisco, chiude l’annata con la vittoria in Coppa Italia e, soprattutto, col trionfo nella finale “fratricida” di Champions League contro la Juventus, sfida nella quale trasforma l’ultimo e decisivo rigore della serie finale dopo lo 0 a 0 dei supplementari. La stagione successiva la inaugura segnando il gol vittoria nella sfida di Supercoppa Europea col Porto di Mourinho (che al termine di quella stagione succederà proprio al Milan sul tetto d’Europa) e la conclude con la conquista dello Scudetto, arricchito dal titolo di capocannoniere (nuovamente con 24 reti in 32 partite). L’annata 2004-’05 parte ancora meglio, dato che all’esordio stende con una tripletta la Lazio nel match di Supercoppa Italiana. A dicembre riceve il Pallone d’Oro e coi suoi goal contribuisce a portare nuovamente in finale di Champions League il Milan. Ma se due anni prima la fortuna ha aiutato il Milan ad avere la meglio su una squadra che in campionato l’aveva stracciato, stavolta è l’avversario, il Liverpool, a sovvertire il pronostico, in una delle finali più pazze di sempre. Il Milan va all’intervallo sul 3 a 0, ma al 90° il risultato è di 3 a 3. Dopo i supplementari che non cambiano l’inerzia della gara, ecco nuovamente la lotteria dei rigori. Anche stavolta a Sheva tocca l’ultimo, ma Dudek si rivela più bravo di Buffon e ipnotizza il bomber, che stavolta il rigore decisivo lo fallisce. Nel frattempo il munifico presidente russo del Chelsea, Roman Abramovich, vuole portare il giocatore a Londra, le voci sull’assenso del giocatore al passaggio si fanno insistenti, ma alla fine Shevchenko resta a Milanello, giocando un’altra stagione ricca di goal: 19 in 28 gare per quanto riguarda il campionato e, soprattutto, 9 in 12 gare di Champions League. 4 le segna in un solo match, ai turchi del Fenerbahce, nella fase a gironi, conquistando nuovamente il titolo di capocannoniere della massima competizione europea. Dopo i Mondiali 2006, lascia davvero il Milan (dopo 173 goal in 296 partite), per trasferirsi – con un anno di ritardo – al Chelsea. Dove, nonostante l’esordio con goal nella Community Shield, fatica ad entrare nelle grazie dell’allenatore Mourinho, che comunque lo schiera con una discreta continuità, permettendogli di dare il suo contributo nella conquista della FA Cup (6 presenze e 3 goal) e della Coppa di Lega (3 reti in 4 partite). Cosa che non fa invece nella stagione successiva, tenendo il giocatore spesso in panchina, in un’annata che nasce però “storta”, tanto che a metà stagione arriverà l’esonero del “santone” portoghese. La squadra, affidata al consulente tecnico Grant, arriverà clamorosamente fino alla finale di Champions, contro un’altra squadra inglese, il Manchester United. Saranno i “Red Devils” ad aggiudicarsi il trofeo ai calci di rigore, in un match che Shevchenko passerà tutto in panchina. Dopo il fallimento inglese, torna in prestito al Milan, ma non è più lo Sheva di un tempo e il “revival” è un flop totale: 18 presenze e 0 reti in campionato, un gol nell’unica partita di Coppa Italia e un altro nelle 7 presenze in Champions. I rossoneri non lo riscattano, e il giocatore torna quindi a Londra. Gioca una partita di Premier, poi viene accontentato nella richiesta di tornare al “suo” club, la Dinamo Kiev. A casa gioca per tre stagioni, vincendo la coppa nazionale nel 2011 e chiudendo col calcio giocato nell’estate del 2012, dopo aver guidato la Nazionale ucraina (con la quale ha disputato 111 incontri, mettendo a referto 48 reti) nell’Europeo “casalingo”. Si è quindi dato, al momento con scarso successo, alla carriera politica.

8 (interno sinistro) – Nils LIEDHOLM: Svedese, cresce nel Valdemarsviks, squadra della sua città natale. Tra i professionisti debutta nel 1942, con l’IK Sleipner. 4 anni più tardi passa all’IFK Norrköping, con cui vince due campionati consecutivi. Dopo l’oro olimpico di Londra ’48, gioca un’ultima stagione con i bianco-blu, approdando successivamente al Milan, assieme al compagno di squadra Gunnar Nordahl (grandissimo bomber) e al connazionale Gunnar Gren dal Goteborg. I tre formeranno il mitico Gre-No-Li, grande protagonista dei successi milanisti degli Anni Cinquanta. In rossonero Liedholm gioca per 12 stagioni, conquistando 4 Scudetti (1950-’51, 1954-’55, 1956-’57 e 1958-’59), e due edizioni della Coppa Latina (1951 e 1956). Fallito per un soffio, invece, l’assalto alla Coppa dei Campioni: il Milan arriva in finale nel ’58, contro i campioni in carica del Real Madrid. Va due volte in vantaggio, prima con Schiaffino e poi con Grillo, ma si fa rimontare entrambe le volte (da Di Stefano e Rial). La partita va ai supplementari, e sarà Gento, a dare la vittoria ai “blancos”. Lasciata la carriera agonistica nel 1961, Liedholm rimane al Milan (del quale è stato capitano dal 1956, dopo l’addio del suo “gemello” Nordahl), entrando nello staff tecnico di Nereo Rocco. Dopo due anni da assistente, diviene capo allenatore per tre stagioni, fino al 1966, quando passa all’Hellas Verona. Dopo due anni sulla panchina gialloblu è a Varese per un altro biennio, coi seguono due anni alla Fiorentina. Approda alla Roma nel 1973, rimanendovi per 4 stagioni e tornando poi al Milan. Dopo due anni e lo Scudetto 1979 (quello della stella, per i rossoneri), torna nella Capitale nello spumeggiante quinquennio che vede la Roma come vera rivale della super Juventus di Trapattoni nella prima metà degli Anni Ottanta. Lascia nel 1984, con lo storico Scudetto 1983, 3 successi in Coppa Italia (1980, 1981 e 1984) e la finale di Coppa dei Campioni persa “in casa” ai rigori col Liverpool. Torna nuovamente al Milan, dove viene esonerato a poche giornate dalla fine della terza stagione (gli subentra ad interim Fabio Capello, poi partirà l’epopea sacchiana). Riparte nuovamente dalla Roma, dove allena altre due stagioni, poi si ritira (1989). Torna in panchina nel 1992, in tandem con Mariolino Corso, a Verona (dove aveva allenato negli Anni Sessanta), subentrando all’esonerato Fascetti ma non riuscendo a salvare la squadra dalla B. Ricompare a bordo campo un’ultima volta (in accoppiata con Ezio Sella), nel 1997, alla Roma, dopo l’esonero di Carlos Bianchi. Da allenatore romanista ha vinto entrambi i suoi “Seminatore d’Oro” (1974-‘75 e 1983). Con la sua Nazionale, nella quale ha disputato 23 match con 12 reti, oltre al trionfo olimpico di Londra può contare il secondo posto al Mondiale casalingo del 1958, dove fu capitano e nel quale mise a segno due reti, compresa quella che in finale diede il momentaneo 1 a 0 alla Svezia, poi travolta per 5 a 2 dal Brasile dell’allora stellina Pelé.

9 (centravanti) – Marco VAN BASTEN: Probabilmente, il centravanti puro più completo della Storia del Calcio. Il “Cigno di Utrecht” muovi i primi passi entrando a sei anni nella scuola calcio dell’UCS EDO, squadra amatoriale della città. L’anno dopo passa ad un’altra società di Utrecht, l’UVV, dove rimane per nove anni, passando poi all’USV Elinkwijk, sempre a Utrecht, dove lo notano gli osservatori dell’Ajax, che lo portano ad Amsterdam, dove approda ufficialmente il primo luglio 1981. Dopo qualche partita giocata con lo Jong Ajax, nell’aprile 1982 debutta in prima squadra, contro il NEC di Nijmegen, andando subito in goal e vincendo il suo primo campionato. La stagione successiva è la primissima alternativa in attacco, e insidia il posto di centravanti titolare a Wiem Kieft, Scarpa d’Oro in carica, che a fine campionato (concluso col bis della vittoria in campionato e la vittoria in Coppa d’Olanda) si traferisce in Italia (incredibile ma vero al “piccolo”, con tutto il rispetto possibile, Pisa), lasciandogli campo libero. Nei suoi quattro anni da centravanti titolare, segna 117 goal in 112 partite, vincendo per quattro volte di fila il titolo di capocannoniere, che contribuiscono alla conquista di un altro “scudetto” nel 1984-’85 e gli valgono la Scarpa d’Oro nel 1986, anno in cui vince la sua seconda Coppa d’Olanda. Nell’ultima stagione porta a casa la terza coppa nazionale, segnando i due decisivi goal nei tempi supplementari della finale, vinta dopo aver messo direttamente la firma sulla conquista del suo primo titolo europeo, la Coppa delle Coppe. Suo, infatti, il goal che stende i tedeschi dell’Est della Lokomotiv Lipsia. Passa quindi al Milan, da qualche anno nelle mani del miliardario Berlusconi, e fresco dell’arrivo di Arrigo Sacchi in panchina. La squadra vince subito lo scudetto, anche se il contributo di Van Basten è minimale, dato che per via di un infortunio gioca solo 11 partite di campionato, segnando la miseria di tre goal. Si rifà ampiamente in estate, quando trascina la Nazionale olandese alla vittoria finale, segnando uno dei gola più belli della storia. Dopo il successo oranje, arriva il Pallone d’Oro, quindi la vittoria in Coppa dei Campioni, nella cui finale con la Steaua Bucarest segna una doppietta (e altrettanto fa il suo “gemello” Gullit) che ne aumenta il bottino di capocannoniere del torneo, andando poi in rete anche nella primissima edizione della Supercoppa Italiana, vinta contro la Sampdoria, chiudendo l’anno solare col secondo Pallone d’Oro consecutivo. Al suo terzo anno di Milan ecco la Supercoppa Europea (segna nel match di andata a Barcellona, finito 1 a 1) quindi ecco la Coppa Intercontinentale e il bis in Coppa dei Campioni. É inoltre capocannoniere della Serie A, ma il Milan perde clamorosamente lo scudetto all’ultima giornata, nel remake della ‘Fatal Verona’. Dopo i Mondiali italiani del 1990 la squadra conquista di nuovo la Supercoppa Europea (ma lui salta entrambi i match) e la Coppa Intercontinentale, Marco litiga con Sacchi e il suo contributo stagione è decisamente sotto i suoi standard. Riparte alla grande con l’arrivo di Fabio Capello, rivincendo lo scudetto e la classifica marcatori, segnando ben 25 goal in 31 partite. Nell’estate l’Olanda arriva alle semifinali dell’Europeo (ed è proprio lui a sbagliare il rigore decisivo, contro i futuri campioni della Danimarca), al rientro dal quale vince nuovamente la Supercoppa Italiana, segnando il primo dei due goal con cui il Milan ha la meglio sul Parma rivelazione di Nevio Scala. Parte alla grande sia in campionato (12 reti in 9 partite) sia in coppa (6 goal in 5 match, anche se in verità per farli gliene bastano due: sigla una doppietta con l’Olimpia Lubiana e addirittura un poker contro il Goteborg. Ci vorranno vent’anni perché un altro giocatore segni una quaterna in Champions. Sarà Leo Messi, non uno qualunque), vincendo il suo terzo Pallone d’Oro, ma poi inizia il calvario della caviglia. Sostituito all’intervallo del match con l’Ancona, alla 13° di campionato, rientro quasi un girone dopo, alla 12° di ritorno, subentrando a Savicevic contro l’Udinese. Torna quindi titolare proprio con l’Ancona, andando anche in goal. Sarà l’ultimo della sua carriera. Gioca quindi la successiva partita con la Roma e poi sparisce nuovamente di scena, tenuto a riposo per schierarlo nella finale di Coppa dei Campioni contro il Marsiglia. L’olandese parte titolare, ma è evidente che non è affatto in forma, e la coppa va ai francesi, mentre quella sarà la sua ultima partita da giocatore. Si opera subito dopo, per la quarta volta, ma è tutto inutile: salta due intere stagioni quindi, dopo essere andato in ritiro con la squadra nell’estate del 1995, annuncia il ritiro dal calcio giocato. Dopo essersi dedicato per anni al golf, torna nel calcio nel 2003, come allenatore dello Jong Ajax. L’anno successivo viene nominato a sorpresa CT della Nazionale olandese: inserisce in squadra diversi giovani, con cui propone un calcio spumeggiante e spettacolare, qualificandosi per il Mondiale 2006, dove esce agli ottavi contro il Portogallo. Due anni dopo la squadra è una delle grandi favorite dell’Europeo: al debutto nel girone rifila tre reti all’Italia campione del Mondo, battendo poi la Francia 4 a 1 e la Romania 2 a 0. Esce però clamorosamente nei quarti, perdendo ai supplementari per 3 a 1 contro la Russia del connazionale Hiddink, che con la sua esperienza trova la chiave per imbavagliare la spumeggiante ma ancora acerba squadra olandese. Van Basten lascia l’incarico subito dopo il torneo e diventa allenatore del “suo” Ajax, fallendo la qualificazione in Champions e dimettendosi a una manciata di giornate dalla fine del campionato. Dopo tre anni di stop arriva la chiamata dell’Heerenveen, quindi il passaggio all’AZ Alkmaar, che lascia dopo pochi mesi per problemi di salute. Attualmente è vice del CT della Nazionale olandese, Danny Blind.

10 (regista) – Gianni RIVERA: Per molti, il più grande milanista di tutti tempi. Sicuramente un giocatore importante, anche a livello di personalità, e per questo ‘divisivo’. Celebre l’avversione del grande Gianni Brera nei suoi confronti (lo ribattezzò ‘Abatino’). Altrettanto celebre il suo tormentato rapporto con la Nazionale, vedasi in primis la famigerata staffetta con Sandro Mazzola.

Alessandrino, ha iniziato da ragazzino nella squadra della sua città, con la quale debutta in Serie A non ancora sedicenne, nel campionato 1958-’59. Dopo le 25 presenze e 6 reti nella stagione successiva, viene acquistato dal Milan, diventandone un punto fermo per 19 stagioni, per un totale di 658 partite e 164 reti. Al secondo anno, appena diciottenne, è già un trascinatore della squadra: le sue 10 reti in 27 partite contribuiscono in maniera determinante alla conquista dello Scudetto cui segue, l’anno successivo, il primo trionfo di una squadra italiana in Coppa dei Campioni. Nel 1966-’67, annata in cui diventa capitano, succedendo a Cesare Maldini, è la volta della Coppa Italia, trofeo che vincerà poi altre tre volte, nel ’72, nel ’73 e, infine, nel ’77. Nel 1967-’68 arrivano la Coppa delle Coppe il secondo Scudetto, cui accompagna nuovamente la vittoria in Coppa dei Campioni l’anno successivo. Stavolta il tutto è completato dalla conquista della Coppa Intercontinentale. Successi in serie che gli valgono il Pallone d’Oro 1969: si tratta della prima volta per un italiano (i precedenti erano “oriundi”). Dopo qualche stagione un po’ in flessione, torna su straordinari livelli nel 1972-’73: vince il titolo di capocannoniere in campionato, con 17 goal in 28 partite, ed alza la sua seconda Coppa delle Coppe. Dalla stagione successiva, però, iniziano le frizioni col presidente Buticchi, che caccia il ‘Paròn’ Rocco – mentore del ‘Golden Boy’ – e dichiara pubblicamente di voler cedere Rivera al Torino in cambio di Claudio Sala (dopo aver tentato anche lo scambio con la Fiorentina per arrivare a Giancarlo Antognoni). Dopo un’altra stagione di rapporti tribolati, Rivera annuncia il clamoroso addio al calcio, nella primavera del ’75, con propositi di rilevare addirittura il controllo societario della squadra. Buticchi lascia la mano, e Rivera torna in campo nel novembre del ’75, riprendendosi così la fascia di capitano passata nel frattempo a Romeo Benetti. Chiude al termine della stagione 1978-’79, col suo terzo Scudetto, quello della stella per il Milan. In panchina c’è Nils Liedholm, che centellina le presenze del capitano, ma lo schiera nella decisiva partita col Bologna, quella che dà la certezza al Milan di essere per la decima volta nella sua storia Campione d’Italia. Immediatamente dopo il suo ritiro, viene nominato vice presidente, carica che manterrà fino all’arrivo alla presidenza di Silvio Berlusconi, con quale ha da subito un rapporto conflittuale, che si protrarrà negli anni anche per questioni politiche. Entrato in Parlamento con la Democrazia Cristiana nel 1987, infatti, nella Seconda Repubblica si schiererà nel campo del centrosinistra, tanto che arriverà addirittura a sfidare direttamente lo stesso Berlusconi, nel collegio Milano 1 alle Elezioni Politiche del 2001 (a vincere, sia nel collegio, sia in generale, sarà il Cavaliere). Nel 2010 è entrato in FIGC, come presidente del Settore Giovanile e Scolastico. Quindi, nel 2013, è succeduto a Roby Baggio alla guida del Settore Tecnico di Coverciano. Con la Nazionale ha disputato 60 partite (mettendo a segno 14 reti), prendendo parte a 4 edizione del Campionato del Mondo (1962, 1966, 1970, 1974), segnando la rete della vittoria nella ‘Partita del Secolo’, il 4 a 3 sulla Germania nella semifinale mondiale del ’70. Ha preso inoltre parte ad un Europeo, quello del ’68, vinto proprio dall’Italia.

11 (trequartista) – KAKA’: Brasiliano di Gama, nato da un famiglia borghese e benestante (lontano quindi dal mito del talento sbucato dalle favelas più disperate), Ricardo Izecson dos Santos Leite, entra a 12 anni nel settore giovanile del San Paolo, debuttando in prima squadra nel febbraio 2001, contro il Botafogo in una partita del “Torneo Rio-Sao Paulo”. Tre giorni più tardi, debutta anche nel campionato statale paulista, bagnando l’esordio con un goal. Un mese dopo, con una doppietta, regala al “Tricolor” il torneo in cui aveva debuttato da professionista, stendendo lo stesso Botafogo. Dopo due anni e mezzo in prima squadra, in cui mette insieme più di cento presenze e sfiorando i 50 goal, passa al Milan (fresco campione d’Europa), che lo acquista per circa 8 milioni di Euro. Nonostante l’iniziale scetticismo, dovuto alla giovane età e anche a quel nome un po’ così, il ragazzo si conquista ben presto il posto in squadra, a discapito di Rui Costa, contribuendo con 10 reti (in 30 presenze) alla conquista dello Scudetto. La stagione seguente porta in dote la Supercoppa Italiana, ma è caratterizzata soprattutto dalla cocente delusione per la clamorosa sconfitta ai rigori nella finale di Champions League contro il Liverpool. É l’annata seguente, però, che vede il ragazzo fare il definitivo salto di qualità, con 14 reti in campionato e 5 in Champions League, prestazioni che lo fanno arrivare al Mondiale 2006 (il secondo per lui, dopo quello vinto nel 2002), come uno dei giocatori più attesi. Il torneo non è in verità un granché per il Brasile, ma Kakà torna ancora più forte, firmando la sua miglior stagione in rossonero: non tanto in campionato, dove i goal sono solo 8, quanto in Champions League, dove coi suoi 10 centri (capocannoniere) trascina la squadra alla finale di Atene, nella “rivincita” col Liverpool dopo il clamoroso ribaltamento di due anni prima. Il Diavolo alza la coppa al cielo e per Ricky, a fine anno, c’è il Pallone d’Oro. L’importante riconoscimento personale giunge assieme al FIFA World Player e al Golden Ball come miglior giocatore del Mondiale per Club, che conquista segnando il terzo gol del Milan (risultato finale di 4 a 2 sugli argentini del Boca Juniors), dopo aver firmato la terza rete anche nel match di Supercoppa Europea contro il Siviglia (finito 3 a 1). Il giocatore torna inoltre a segnare cifre importanti in campionato, con 15 reti il 30 partite. La stagione successiva è (momentaneamente) l’ultima di Kakà al Milan: in campionato, con 16 reti in 31 partite, è la migliore, nonostante il “caos” creatosi durante il mercato “di riparazione” attorno alla sua cessione ai munifici sceicchi del Manchester City. Di fatto la società l’ha praticamente ceduto agli inglesi; ma il ragazzo non è convinto della destinazione e quindi dopo il suo rifiuto partono gli annunci in pompa magna sul legame tra il ragazzo e il Milan. Che, sei mesi più tardi, alla fine del campionato 2008-’09, lo cede al Real Madrid, destinazione questa si gradita a Kakà, per oltre 60 milioni di Euro. In maglia merengue non riesce mai ad essere il giocatore conosciuto in rossonero, faticando sia sotto la gestione Pellegrini (cosa che non gli impedisce di prendere parte al suo terzo Campionato del Mondo), sia soprattutto dopo l’avvento di Mourinho, con quale passa un triennio da comprimario. L’arrivo sulla panchina galactica di Carletto Ancelotti, l’allenatore del ‘boom’ del calciatore, fa pensare a un possibile rilancio di Kakà, ma in società hanno in mente nuovi colpi di mercato nel settore avanzato (Bale), e giocatori più giovani su cui puntare (da Modric al canterano Jesé). E così ecco prospettarsi il clamoroso ritorno sotto la Madunina: Kakà torna al Milan (dopo aver vinto, col Real, un campionato, una Copa del Rey e una Supercoppa di Spagna), riprende la ‘sua’ maglia numero 22 e viene nominato vice capitano. S’infortuna subito, prendendo la decisione di rinunciare allo stipendio fino a che non sarà ritornato in campo. Rientrato, pur non essendo il Kakà che ha fatto innamorare il popolo milanista, ha dimostrato di poter essere ancora decisivo (vedasi la doppietta all’Atalanta e una stagione complessivamente da 37 presenze e 9 reti), nonostante la stagione della squadra sia tutt’altro che di quelle fortunate. Nonostante questo, a fine stagione rescinde coi rossoneri e firma con gli statunitensi dell’Orlando City, che lo mandano in prestito al San Paolo, in attesa che inizi la stagione MLS, nella quale debutta con un gol su punizione nel marzo 2015. Col Milan Kakà ha giocato 307 partite segnando 104 goal. Nella Nazionale brasiliana (con la quale ha partecipato a due edizioni della Confedrations Cup, vincendole entrambe) le presenze sono 89, con 29 reti.

ALL. Nereo ROCCO: Il Milan ha una sorta di “sesto senso” per i grandi allenatori. Da “Gipo” Viani a Carlo Ancelotti, passando per Fabio Capello e Liedholm stesso. Due più di tutti, però, hanno rappresentato una “pietra miliare” nella categoria: Arrigo Sacchi e Nereo Rocco. Dopo averci pensato e ripensato, valutando anche la natura della squadra che si andava delineando, ho optato per il “Paròn”.

Triestino, a 15 anni entra nel settore giovanile della squadra della città. Con gli alabardati, esordisce in Serie A nell’ottobre del 1929. Dalla stagione successiva, a soli 18 anni, diviene titolare, nel ruolo di mezz’ala. Rimane “a casa” fino al 1937 quando, dopo oltre 200 partite e quasi 70 reti, si trasferisce al Napoli. Tre anni in riva al Golfo e poi si traferisce a Padova per un biennio, al termine del quale torna in terra giuliana, per giocare nella squadra “di guerra” del 94° Reparto Trieste. Chiude con calcio giocato nella stagione 1946-’47 nella Libertas Trieste. Chiuso col calcio giocato, inizia subito allenatore, iniziando con la “sua” Triestina. Al primo anno in panchina, porta la squadra a un fantastico secondo posto in campionato, dietro solo al Grande Torino. Dopo altre due stagioni, lascia in maniera piuttosto traumatica la Triestina, trasferendosi a Treviso, in Serie B. I suoi tre anni trevigiani sono piuttosto anonimi, come lo è il suo seguente ritorno a Trieste, conclusosi con l’esonero dopo una sconfitta casalinga per 6 a 0 contro (i casi della vita) il Milan. Riparte da Padova, che prima salva dalla C e poi riporta in Serie A. A Padova rimane fino al 1961, anno in cui approda al Milan (nel mezzo ha allenato anche la Nazionale Olimpica a Roma ’60). Affida le chiavi della squadra al giovanissimo Rivera e vince subito lo Scudetto il primo anno e la Coppa dei Campioni la stagione successiva. Passa quindi al Torino, dove rimane 4 stagioni: le prime tre da allenatore, la quarta da direttore tecnico. Torna quindi al Milan, centrando subito la doppietta Scudetto-Coppa delle Coppe. L’anno dopo ecco il bis in Coppa dei Campioni e la Coppa Intercontinentale. Rimane fino al febbraio 1974, quando lascia per divergenze con la società, dopo aver vinto nuovamente la Coppa delle Coppe (1973) e aver centrato una doppietta in Coppa Italia (1971-’72 e 1972-’73). Riparte da Firenze, dove rimane una sola, deludente stagione, andandosene prima delle fasi finali di Coppa Italia, che per ironia della sorte la Viola vincerà. Torna a Padova come direttore tecnico una stagione, ricoprendo poi lo stesso ruolo al Milan per circa due anni, tornado in panchina nel 1997, dopo l’esonero di Pippo Marchioro, vincendo nuovamente la Coppa Italia. Con questo successo chiude la sua carriera, che gli è valsa anche un “Seminatore d’Oro”, nel 1962-’63.

 

Federico Zuliani

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Classe '82, juventino dalla placenta, nonostante la laurea in Scienze Politiche ha ben presto capito che la politica era meglio prenderla in giro che studiarla. Messe quindi da parte le varie ipotesi di riforma del sistema elettorale, ha scelto di dar libero sfogo al proprio umorismo abrasivo col ‘Pagellone’, attraverso cui dà i voti ai protagonisti della politica locale. Del medesimo argomento, di Sport e di tanto altro scrive sul settimanale LegnagoWeek. Collabora inoltre con altre testate cartacee e online, occupandosi di vari temi. Per ovviare allo stress dell’attività giornalistica nell’agone politico, si dedica alla “cultura del cibo”. In seguito a questa passione, ha intrapreso l’attività di food blogger, recensendo ristoranti, discutendo di ricette e litigando coi buchi della cintura. Mangia, prega, ama e impreca a Legnago.