All Time XI: Napoli

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Potrà magari non vantare il palmarès e la schiera di fuoriclasse di cui invece brillano le altre ‘grandi’ della Serie A, ma si tratta comunque di una delle realtà più importanti del nostro campionato. Inoltre, i partenopei possono comunque gloriarsi di aver visto indossare la loro maglia da giocatori di un certo calibro. A partire ovviamente da uno dei grandissimi di sempre, Diego Armando Maradona. Ma non c’è stato solo lui, ovviamente…

Ecco, dunque, per gli amici napoletani, la loro squadra “di tutti i tempi”, che si schiera con il 4-3-1-2:

1 (portiere) – Luciano CASTELLINI: A Napoli di portiere da tenere a memoria ne sono passati più di qualcuno: giocava ai piedi del Vesuvio (prima di passare alla Juventus), Dino Zoff, quando vinse da titolare l’Europeo ’68. E qui hanno parato anche Pietro Carmignani, cui furono proprio i tifosi napoletani a battezzare “Gedeone”; o Claudio Garella, che vinto lo storico scudetto del Verona, si traferì in azzurro per portare al Tricolore pure i partenopei. O Giovanni Galli, che si traferì alla squadra di Ferlaino dopo aver vinto tutto col Milan di Sacchi, o lo sfortunato Giuliano Giuliani. E si potrebbe pescare anche in tempi più “pioneristici”, guardando a Bepi Casari (portiere della Nazionale Olimpica nel 1948) o a Ottavio Bugatti, colonna del Napoli di Achille Lauro, poi dodicesimo di Giuliano Sarti all’Inter del Mago Herrera. Eppure, il portiere più amato dai tifosi veraci è il “Giaguaro”. Arrivato già ultratrentenne nel 1978, dopo aver chiuso il suo ciclo al Torino, Castellini visse al ‘San Paolo’ una seconda giovinezza, tanto che nei suoi sette anni in azzurro fu sempre portiere dell’anno nelle classifiche del prestigioso magazine ‘Guerin Sportivo’. Addirittura, nella stagione nel 1979-’80 vinse il ‘Guerin d’Oro’ come miglior giocatore in assoluto del campionato, succedendo al compagno di squadra Roberto Filippi (unico calciatore a vincerlo per due anni consecutivi) e anticipandone un altro, l’olandese Krol, in un filotto mai ripetutosi di tre una squadra che per tre anni consecutivi ha avuto in rosa il giocatore premiato. Con la maglia del Napoli stabilisce il record di imbattibilità interna del campionato di serie A, rimanendo imbattuto dal goal di Altobelli contro l’Inter del 27 febbraio 1983 a quello di Platini del 29 gennaio 1984, contro la Juventus. Sarà il primo portiere di Maradona in Italia, per lasciare poi il posto proprio a Garella e iniziare una carriera da preparatore dei portieri, che l’ha visto per anni al servizio dell’Inter.

2 (terzino destro) – Giuseppe BRUSCOLOTTI: Maradona era sicuramente la star della squadra e il personaggio di maggior carisma, ma il vero capitano e l’anima del Napoli nella conquista del primo storico scudetto è stato sicuramente lei. Campano, si mette in luce a vent’anni nel Sorrento in Serie C, col quale conquista la promozione in B facendo parte di quella che sarà la difesa meno battuta del campionato. Risultati che gli spalancano le porte del Napoli, dove arriva nel 1972, per andarsene solo 16 dopo, appendendo le scarpe al chiodo. Terzino marcatore “vecchia maniera”, arcigno e dai modi spicci, i tifosi lo soprannominarono ‘Palo ‘e fierro (palo di ferro)’ perché difficilmente era lui quello a finire a terra nei contrasti. É il giocatore con più presenze in assoluto e in Serie A nella storia del club (rispettivamente 511 e 387), del quale è stato a lungo capitano, prima di cedere la fascia al ‘Pibe de Oro’. Oltre allo Scudetto, vanta due successi in Coppa Italia (1975-’76 e 1986-’87) e una la Coppa di Lega Italo-Inglese del 1976. Dopo il ritiro si è avviato alla carriera di imprenditore e opinionista.

3 (terzino sinistro) – Ciro FERRARA: Lo so che vi starete chiedendo perché mai Ferrara sia finito a sinistra col tre, lui che è stato l’erede diretto di Bruscolotti. Ebbene, proprio finché quest’ultimo è stato titolarissimo, il buon Ciro se ne stava sulla fascia opposta, giocando a destra solo quando il capitano non c’era. Ecco quindi che abbia trovato il modo di inserirli entrambi, come era giusto che fosse. Anche in virtù del fatto che nel ruolo il Napoli ha avuto diversi buonissimi giocatori (Francini, Policano), ma nessuno che fosse un vero e proprio must. Cresciuto nel settore giovanile partenopeo, nel quale entra tredicenne, a diciassette è in prima squadra, dopo aver vinto lo scudetto con gli Allievi Nazionali. Siamo nel 1984, anno dell’arrivo di Maradona, da cui nel 1991 erediterà la fascia di capitano. C’è in tutti i successi del Napoli trascinato dal 10 argentino: i due scudetti (1986-’87 e 1989-’90), la Coppa UEFA (1988-’89), la Coppa Italia (1986-’87) e la Supercoppa Italiana (1990). Ben presto conquista anche un altro azzurro, quello della Nazionale; ha infatti solo 20 anni quando arriva la prima chiamata, sotto Vicini, per un’amichevole proprio contro l’Argentina. Con Azeglio come CT, Ferrara fa parte della squadra azzurra sia ad Euro ’88 sia ai Mondiali casalinghi del 1990, uscendo poi di scena quando CT diventa Sacchi. Tornerà in Nazionale dopo il passaggio alla Juventus (con la quale vince tutto il possibile: 5 Scudetti, più il primo revocato per Calciopoli; una Champions League, una Coppa Intercontinentale, una Supercoppa Europea, una Coppa Italia e 4 Supercoppe Italiane), cui approda dopo 10 anni dal debutto in A, richiamato proprio da Sacchi, ma fermato da un brutto infortunio, proprio in prossimità di Euro ’96. Stessa sorte gli toccherà col Mondiale ’98, quando sulla panchina della Nazionale è nel frattempo arrivato Cesare Maldini. Dopo il ritiro, diviene responsabile del Settore Giovanile della Juventus, incarico che lascia sul finire della stagione 2008-’09, quando subentra a Claudio Ranieri sulla panchina bianconera per le ultime due giornate di campionato, coincise con altrettante vittorie. Confermato, dopo una buona partenza incappa in una serie di risultati negativi che gli costano l’esonero. Riprende il suo percorso di allenatore un anno dopo, divenendo CT dell’Under-21 italiana, rassegnando le dimissioni nel 2012 per accettare la panchina della Sampdoria, dove viene esonerato a stagione in corsa. Dopo il fallimento genovese ha intrapreso la carriera di commentatore televisivo, dapprima su Sky, e quindi a Mediaset Premium.

4 (stopper) – Moreno FERRARIO: Cresciuto nel Varese, a 16 anni è già in prima squadra, con la quale disputa due campionati, conquistandosi ben presto il posto da titolare e le attenzioni degli osservatori. E infatti è appena diciottenne quando nel 1977, dopo aver disputato il Mondiale Under-20, approda al Napoli, arrivando ben presto a ritagliarsi il posto in squadra e guadagnandosi la precoce convocazione in Under-21 (con cui disputerà due Europei, nel 1978 e nel 1980) e nella Nazionale Olimpica. Festeggia i dieci anni di Napoli (del quale è il rigorista prima dell’arrivo di Maradona) col primo storico scudetto (vinto in accoppiata con la Coppa Italia) 1986-’87, ma è costretto ad andarsene al termine della stagione successiva quando, dopo il rocambolesco mancato bis in campionato, fa parte della lista degli epurati accusati di aver remato contro l’allenatore Ottavio Bianchi (gli altri sono Garella, Salvatore Bagni e Bruno Giordano). Passa alla Roma, con cui disputa una sola travagliata stagione. Quindi, dopo un biennio nell’Avellino, conclude la carriera nelle serie minori.

5 (mediano) – ALEMAO: Brasiliano decisamente atipico dal punto di vista fisico, dati la carnagione chiara e i capelli biondi che infatti gli valgono il nomignolo con cui diventa famoso e che significa “tedesco”. É il classico “volante/pivote” del calcio sudamericano, l’uomo d’ordine del centrocampo, dotato di senso tattico e recuperatore di palloni inesauribile. Formatosi nei nerostellati del Botafogo, approda in Europa grazie agli spagnoli dell’Atletico Madrid, nei quali gioca una prima stagione di ambientamento, rivelandosi in tutto il suo potenziale nella seconda. Che è anche l’ultima, dato che le sue prestazioni gli valgono l’acquisto da parte del Napoli, fresco del mancato bis in campionato (che va al primo Milan di Sacchi). Con lui arriveranno il successo europeo della Coppa UEFA 1988-’89 (suo il goal che apre le marcature nella gara di ritorno, a Stoccarda), il secondo scudetto (1989-’90) e la Supercoppa italiana (1990). In azzurro gioca altre due stagioni, prima di passare un biennio avaro di soddisfazioni all’Atalanta e tornare poi in patria, al San Paolo. Durante la permanenza all’ombra del Vesuvio fa anche parte della Nazionale brasiliana, con cui vince la Copa America del 1989 e gioca il Mondiale italiano, ereditando il suo amato numero 5 da Falcao, cui l’aveva dovuto lasciare nel Mondiale precedente, quello di Messico ’86, ma giocando comunque da titolare. La sua ultima partita in verdeoro sarà proprio a Italia ’90, contro l’Argentina del suo compagno di squadra Maradona, negli ottavi di finale del torneo.

6 (libero) – Ruud KROL: Arrivato a 31 anni, dopo aver vinto tutto con l’Ajax (in particolare le 3 Coppe dei Campioni consecutive, all’inizio degli Anni Settanta) e fatto due finali Mondiali con l’Olanda (1974 e 1978) della quale è capitano, e dopo essere stato a svernare per mezza stagione nel campionato Nord Americano. Ma è tutt’altro che finito: alla sua prima stagione (1980-’81) è il faro della squadra che non solo centra un insperato terzo posto, ma che lotta quasi fino alla fine per lo scudetto. Lui sarà il miglior giocatore dell’intero campionato, secondo il ‘Guerin Sportivo’, che gli assegna il ‘Guerin d’Oro’, a concludere il trittico di ‘napoletani’ che lo vincono in quegli anni. Rimane fino al 1984, dopo una stagione un po’ tribolata causa infortuni. Concluderà la carriera coi francesi del Cannes, dove gioca per 2 stagioni. Dopo il ritiro si avvia alla carriera di allenatore, guidando il Malines in Belgio e gli svizzeri del Servette. Nel 1991 diviene vice CT dell’Under-21 olandese, quindi nel 1994 è CT dell’Under-23 dell’Egitto, divenendo l’anno dopo CT della Nazionale maggiore, dopo la conquista della medaglia d’oro ai Giochi Africani 1995. Rimane in Egitto per guidare dal 1997 al 1999 lo Zamalek (vincendo il Campionato Afro-Asiatico per Club 1997), quindi va ad Abu Dhabi, sulla panchina dell’Al-Wahda. Tra il 1999 e il 2001 è vice CT dell’Olanda, quindi torna all’Ajax come vice di Ronald Koeman dal 2002 al 2005, sostituendo quest’ultimo ad interim dopo l’esonero. Lascia quindi anche lui il club di Amsterdam per riprendere la carriera di capo allenatore, guidando l’Ajaccio in Francia, di nuovo lo Zamalek (con cui vince la Coppa d’Egitto 2008) e, dal 2008 al 2011, i sudafricani degli Orlando Pirates, con cui vince diversi titoli. Va poi in Tunisia, guidando prima lo Sfaxien (con un double nel 2013 fatto di campionato nazionale e CAF Confederation Cup, sorta di versione africana dell’Europa League), quindi la Nazionale e infine l’Espérance di Tunisi (vincendo il titolo nazionale 2014). Quindi, dopo aver guidato Al-Ahli di Tripoli il Libia, da quest’anno è sulla panchina marocchina del Raja Casablanca, con cui vince subito il nuovo torneo UNAF Club Cup.

7 (attaccante) – Edinson CAVANI: Il fuoriclasse dei giorni d’oggi, più di 100 goal in sole tre stagioni (per l’esattezza 104, in 138 partite). Formatosi nel Danubio di Montevideo, col quale si mette in mostra al Torneo di Viareggio, dopo un’iniziale interessamento della Juventus viene acquistato e portato in Italia dal Palermo. Nonostante le caratteristiche (sia fisiche che tecnico-tattiche), viene inizialmente impiegato come attaccante esterno o come punta d’appoggio, per fare sponda ad una seconda punta rapida e abile negli inserimenti (come prima di lui Amauri, per intenderci). Dopo un campionato e mezzo (è arrivato in Sicilia per il girone di ritorno 2006-’07), ‘El Matador’ viene schierato più da attaccante puro, e nelle due stagioni successive va entrambe le volte in doppia cifra. Dopo il Mondiale 2010 il Napoli decide di puntare su di lui, che non è ancora definitivamente esploso, e fa un affarone. Sotto il Vesuvio Edy diventa una macchina da goal, trascinando la squadra a due secondi posti e al successo nella Coppa Italia 2011-’12 (da capocannoniere, e aprendo le marcature – su rigore – nel 2 a 0 alla Juventus in finale), il primo trofeo dopo vent’anni per i partenopei. Inoltre si mette in luce anche a livello europeo, segnando 12 goal in 18 partite in Champions League e un goal a partita in Europa League (7 partite, 7 goal). L’ultimo anno vince anche la classifica cannonieri, con 29 cemtro in 34 partite di campionato. Numeri che gli valgono la vittoria del ‘Guerin d’Oro’ (una sorta di tradizione per i giocatori del Napoli), e attirano i grandi club europei, e che portano al suo trasferimento record ai francesi del PSG per ben 64 milioni di Euro. In 2 stagioni coi parigini ha vinto altrettanti campionati e Coppe di Lega (segnando una doppietta in entrambe le finali: decisiva quella del 2014, finita 2 a 1 contro il Lione), oltre che una Coppa di Francia (suo il gol-vittoria nella finale contro l’Auxerre) e una Supercoppa nazionale, segnando 56 reti in 96 partite. Questa stagione l’ha iniziata conquistando un’altra Supercoppa di Francia (suo il gol del definitivo 2 a 0), e con la media di quasi una rete a partita (7 centri in 8 apparizioni), andando già a segno in tutte le competizioni. Mentre è al Napoli trionfa anche con la Nazionale, vincendo la Copa América 2011, prendendo poi parte alle Olimpiadi 2012 (come ‘fuoriquota’) e alla Confederations Cup 2013, nella quale va a segno contro il Brasile, rifilando poi una doppietta alla Nazionale italiana. Con la ‘Celeste’, per lui finora 72 presenze e 27 reti, e le partecipazioni a 2 Mondiali (2010 e 2014) e alla Copa América 2015. Ha inoltre preso parte al Campionato Sudamericano Under-20 del 2007, risultandone capocannoniere con 7 centri in 9 partite, andando in rete consecutivamente per 6 match, e segnando anche al Brasile poi vincitore.

8 (interno destro) – Antonio JULIANO: Napoletano doc, fa tutta la trafila nelle giovanili prima di approdare ventenne in prima squadra, dove debutta sotto la guida del “totem” Pesaola. A 23 anni è capitano, ruolo che ricoprirà per oltre un decennio, fino al 1978, quando va a fare un’ultima stagione col Bologna, prima del ritiro. Fare del gioco della squadra negli Anni ’60-’70, alzerà con la fascia al braccio la Coppa Italia del ’76, e condurrà la squadra a diversi piazzamenti importanti in campionato, anche se lo scudetto gli sfuggirà sempre. A Napoli tornerà poi negli Anni Ottanta da dirigente, concludendo gli acquisti internazionali di Krol prima e, soprattutto, di Maradona poi. Con la Nazionale gioca e vince da titolare l’Europeo del 1968, mentre ai Mondiali vanta una sola presenza, nel 1970, nonostante le tre partecipazioni (le altre sono Inghilterra 1996 e Germania 1974). É secondo solo a Bruscolotti per numero di partite giocate (505) nel Napoli.

9 (centravanti) – CARECA: Antônio de Oliveira Filho inizia la sua carriera nel Guaranì, trascinandolo appena diciottenne al primo titolo della sua storia, con 13 reti in 28 partite. Dopo cinque stagioni e più di cento goal in prima squadra, Careca lascia il club che l’ha lanciato per approdare al prestigioso San Paolo. Coi biancorossoneri rimane dal 1983 al 1987, segnando 115 goal in meno di duecento partite, e vincendo un altro Campionato Brasiliano, oltre a due tornei statali. Nel frattempo è diventato il centravanti titolare della Nazionale brasiliana, vestendo la maglia numero 9 sia ai Mondiali del 1986 (dove realizzò ben quattro goal) che nella Copa Amèrica dell’anno successivo. Conclusa la quale si trasferisce al Napoli fresco di scudetto, nel quale parte subito a razzo, segnando in campionato con una media di un goal ogni due partite (28 presenze e 14 marcature), cui aggiunge le cinque reti in sette partite in Coppa Italia. L’anno successivo è quello del trionfo in Coppa UEFA, cui Careca contribuisce con 6 goal (capocannoniere), tra cui quello della vittoria nella finale d’andata e il terzo in quella di ritorno contro lo Stoccarda. In campionato i goal sono 19 in 30 partite, numeri che lo fanno arrivare secondo nella classifica cannonieri. Il terzo anno è quello dello scudetto, cui contribuisce in maniera meno determinante del solito a causa da un infortunio che gli fa saltare uno spezzone di campionato, ma va comunque in doppia cifra segnando dieci goal in 22 partite. All’inizio della sua quarta stagione, dopo i Mondiali italiani in cui realizza una doppietta in Brasile-Svezia, contribuisce con un’altra doppietta allo scoppiettante 5 a 1 con cui il Napoli trionfa nella sfida di Supercoppa Italiana contro la Juventus, però in campionato per la prima volta non riesce a toccare la doppia cifra, fermandosi a 9 reti pur giocando 29 partite. Nella stagione 1991-’92, si fa carico di tutto l’attacco dopo l’addio di Maradona, segnando 15 reti in 33 match. Col Napoli disputa un’ultima stagione, saltando dieci partite e segnando “solo” sette goal, che compensa con tre in tre partite in Coppa Italia. Tenta quindi l’avventura giapponese, dopo 221 partite e 96 goal ufficiali in maglia azzurra, per chiudere quindi in patria con qualche sporadica apparizione. Attaccante tecnico e veloce, nonostante superasse il metro e ottanta, era specializzato nel battere rete in corsa e nel fiuto da cecchino in area di rigore.

10 (trequartista) – Diego Armando MARADONA: É più difficile di quanto si pensi parlare di uno dei giocatori più forti della Storia del Calcio, per molti secondo solo a Pelé, per altri nemmeno a lui. Genio e sregolatezza, passione e ribellione, un rapporto simbiotico con la palla e un piede sinistro imbevuto di divinità. Messosi in mostra in patria con l’Argentinos Jrs e approdato poi al “suo” Boca Juniors, suscitò l’interesse della Juventus, ma per motivi “politici” il suo trasferimento venne bloccato dal padre padrone del calcio argentino, Julio Grondona. In Europa arrivò dopo il Mundial ’82, proprio in Spagna, arruolato dal Barcellona (dove ora gioca il suo unico vero erede, Leo Messi). Con i catalani disputa due campionati tra alti e bassi, perseguitato dai problemi fisici e da un’epatite virale. E, soprattutto, distrutto dal grave infortunio causatogli dall’intervento killer  di Andoni Goikoetxea, il “macellaio di Bilbao”, che lo stoppa nella seconda stagione, quando – sotto la guida del “Flaco” Menotti – era partito a razzo con una tripletta in Coppa della Coppe. Chiuse comunque la Liga con 11 goal in 16 presenze e, soprattutto, con la mega-rissa nella sfida di ritorno coi baschi, dove ritrovò il suo “carnefice”. Le tensioni susseguite a quell’episodio fecero crescere esponenzialmente in lui la voglia di lasciare il campionato iberico, e spinse perché la dirigenza blaugrana accettasse l’offerta del Napoli. E così, nell’estate del 1984, davanti a un San Paolo ricolmo, eccolo mostrato da un raggiante presidente Ferlaino al popolo napoletano. Sarà un amore indelebile durato ufficialmente sette anni, ma in verità mai scalfito. Maradona guida la squadra nel periodo di più grande successo della sua storia: due scudetti (1986-’87 e 1989-’90), una Coppa Italia (1986-’87), una Coppa UEFA (1988-’89), una Supercoppa Italiana (1990), suo ultimo successo prima della squalifica per doping, la fuga da Napoli e il ritorno in Spagna prima (al Siviglia) e in patria poi (Newell’s Old Boys, per poi finire la carriera nell’amato Boca Juniors). Nel periodo napoletano brilla anche in Nazionale, con un primo (1986, con annessi due goal famosissimi, entrambi segnati contro l’Inghilterra nei quarti: la “mano de Diòs” e il coast-to-coast considerato la rete più bella di sempre) e un secondo (1990) posto ai Mondiali. Della Nazionale argentina è stato poi anche CT, lasciando la carica dopo il fallimento al Mondiale 2010. Se fosse stata in vigore la regola applicata oggi per il Pallone d’Oro (che premia giocatori di tutto il mondo, mentre ai suoi tempi era solo per i giocatori europei), ne avrebbe fatto incetta. Le storie di donne e di droga, le simpatie castriste o i guai col fisco italiano li lasciamo volentieri ad altri, per noi ‘el Pibe de Oro’ è questo.

11 (interno sinistro) – Marek HAMSIK: Slovacco, portato in Italia ancora minorenne dal Brescia (che lo prende dallo Slovan Bratislava, dove era arrivato a 15 anni dallo Jupie Podlavice), col Napoli – che ha creduto in lui appena ventenne (e al primo anno sarà premiato come Miglior Giovane agli ‘Oscar del Calcio’ AIC – ha vinto la Coppa Italia (nella finale contro la Juve fresca del primo scudetto di Conte, segnando il goal del definitivo 2 a 0) 2011-’12, alzando poi al cielo da capitano quella 2013-’14 vinta per 3 a 1 contro la Fiorentina. Altrettanto ha fatto con la Supercoppa Italiana 2014, vinta di nuovo contro la Juventus. Con la Nazionale slovacca, con la quale ha giocato 80 partite segnando 15 reti, ha partecipato ai Mondiali 2010, trascinando la squadra nel 3 a 2 che fa fuori l’Italia campione in carica nella fase a gironi.

ALL. Bruno PESAOLA: Magari vi sareste aspettati di trovare Ottavio Bianchi, allenatore del primo scudetto, della Coppa Italia 1986 -’87 e della Coppa UEFA, ma la sua esperienza napoletana s’è conclusa male, e poi con Maradona (e tanti altri ottimi giocatori) forse non era nemmeno così difficile far bene. Ben diverso il discorso per il “petisso”, oriundo nato in argentina da padre marchigiano. Classico “santone” tanto in voga negli Anni Sessanta, al Napoli era già stato da giocatore per otto anni, lasciando un ottimo ricordo ed entrando tra i primissimi per presenze in maglia azzurra. Ed è proprio a Napoli che inizia la sua carriera da allenatore vero e proprio, due anni dopo aver lasciato la squadra come calciatore, per una stagione al Genoa e una alla Scafatese, dove ricopre il ruolo di giocatore/allenatore. Sulla panca della “sua” squadra arriva in corsa, subentrando a Fioravante Baldi, con la squadra impantanata in B. La porta alla promozione nella massima serie e alla vittoria in Coppa Italia (primissimo trofeo per gli azzurri), prima volta che una squadra non di Serie A la conquista (escludendo ovviamente la prima “strana” edizione del 1922). Passa quindi al Savoia, per tornare la stagione successiva al Napoli. Conclude il suo secondo periodo (4 anni) in azzurro nel 1967-’68 portando la squadra a sfiorare lo scudetto, un secondo posto che al tempo è il miglior risultato di sempre per i partenopei. L’anno dopo va alla Fiorentina, e vince subito un altrettanto storico scudetto, secondo e ultimo per i viola. Dopo altre due stagioni a Firenze e quattro a Bologna (con cui vince un’altra Coppa Italia, nel 1973-’74), eccolo tornare al San Paolo per una sola stagione 1976-’77. Poi torna a Bologna (2 anni), va in Grecia (una stagione al Panathinaikos), quindi Siracusa. Richiamato per la quarta volta a Napoli nel 1982, guida i “suoi” ad un’insperata salvezza. È scomparso nel maggio di quest’anno, ricordato con affetto e ammirazione da tutti.

  

Federico Zuliani

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Classe '82, juventino dalla placenta, nonostante la laurea in Scienze Politiche ha ben presto capito che la politica era meglio prenderla in giro che studiarla. Messe quindi da parte le varie ipotesi di riforma del sistema elettorale, ha scelto di dar libero sfogo al proprio umorismo abrasivo col ‘Pagellone’, attraverso cui dà i voti ai protagonisti della politica locale. Del medesimo argomento, di Sport e di tanto altro scrive sul settimanale LegnagoWeek. Collabora inoltre con altre testate cartacee e online, occupandosi di vari temi. Per ovviare allo stress dell’attività giornalistica nell’agone politico, si dedica alla “cultura del cibo”. In seguito a questa passione, ha intrapreso l’attività di food blogger, recensendo ristoranti, discutendo di ricette e litigando coi buchi della cintura. Mangia, prega, ama e impreca a Legnago.