All Time XI: Sampdoria

Sampdoria

 

Con l’arrivo di Mihajlovic, a parte qualche rovescio, è stata una delle squadre più brillanti degli ultimi mesi. La scoppola di Bergamo ne ha subito risvegliato l’orgoglio, dimostrato con la cinquina rifilata al Verona, fino ad oggi vera rivelazione del campionato.

Approfittiamo dunque di questo bel momento per andarci a vedere la formazione “all time” dei blucerchiati (una delle mie “squadre simpatia”, schierata col più classico dei 4-4-2:

1 (portiere) – Gianluca PAGLIUCA: Bolognese, cresce nelle giovanili rossoblù, proprio come un altro eroe doriano, Roberto Mancini. A differenza di “Bobby”, Pagliuca non fa nemmeno tempo ad esordire in prima squadra con la compagine felsinea, dato che i blucerchiati lo prelevano quando ancora gioca nelle giovanili. Con la Samp debutta sul finire della stagione 1987-’88, difendendo la porta dei genovesi anche nella doppia finale di Coppa Italia contro il Torino, che sarà il suo primo trofeo. Nella stagione successiva, nella quale diventa il titolare, ecco il bis in Coppa Italia (stavolta è il Napoli a soccombere nell’ultimo atto del torneo), quindi nel 1989-’90 ecco il successo europeo in Coppa delle Coppe (dopo la sconfitta in finale dell’anno precedente contro il Barcellona) e la partecipazione, come terzo portiere, ai Mondiali di Italia ’90. Dopo le “Notti magiche”, inizia la più importante cavalcata della storia sportiva della Sampdoria, quella verso lo storico Scudetto 1990-’91, al quale Pagliuca contribuisce in modo tutt’altro che marginale con una serie di paratone, compresa il rigore respinto a  Matthäus nello scontro diretto contro l’Inter. La Samp l’anno dopo conquista la Supercoppa Italiana e arriva fino in fondo in Coppa dei Campioni, ma il finale è di nuovo il Barcellona, come tre anni prima in Coppa delle Coppe, ad infrangere i sogni blucerchiati. Nel frattempo diventa il numero 1 anche della Nazionale, disputando da titolare il Mondiale americano del ’94, dove l’Italia perde solo ai rigori in finale contro il Brasile. Celebre, in questo incontro, il bacio che Pagliuca rifila al palo, che l’ha salvato dopo che un pallone che sembrava innocuo gli era sfuggito dalle mani, rischiando un autogoal a dir poco clamoroso. Dopo il Mondiale, e con la terza Coppa Italia vinta (proprio in quella stagione), Pagliuca passa all’Inter, ereditando quindi anche nel club, dopo averlo fatto in azzurro, la maglia di Walter Zenga (che, nello scambio – che coinvolge pure Riccardo Ferri, oltre a un conguaglio – finirà proprio alla Samp). All’Inter rimane fino al 1999, vincendo la Coppa UEFA la stagione precedente, quando Marcello Lippi porta con sé, dalla Juve, Angelo Peruzzi, del quale l’anno prima aveva preso il posto di titolare ai Mondiali francesi del ’98, in seguito all’infortunio del “Cinghialone”, di cui era il “dodicesimo”. Torna quindi “a casa”, al Bologna, dove rimane fino al 2006. Gioca quindi un’ultima stagione all’Ascoli, prima di ritirarsi e tentare – finora senza successo –  la carriera di allenatore.

2 (terzino destro) – Moreno MANNINI: Sono stato tentato di inserire in questa posizione Domenico Arnuzzo, genovese doc, cresciuto nella Samp di cui è stato bandiera prima e dirigente poi. Però non si può negare che il massimo interprete doriano nel ruolo di terzino destro è stato Moreno Mannini.

Imolese di nasce, inizia nella squadra della sua città, con la quale debutta nella stagione 1980-’81, a diciotto anni, in Serie D. La stagione successiva fa un doppio salto di categoria, giocando in C1 col Forlì. Passa quindi al Como, dove disputa due campionati, il secondo dei quali coronato con la promozione in Serie A. Nella massima serie debutta però con la Sampdoria, che l’ha nel frattempo acquistato, e con la quale centra subito un brillantissimo quarto posto in campionato e, soprattutto, la prima delle sue quattro vittorie in Coppa Italia. Seguiranno la doppietta 1987-’88 e 1988-’89 e infine l’edizione 1993-’94. In mezzo, la Coppa delle Coppe 1989-’90 (dopo la finale persa l’anno precedente) e, soprattutto, lo storico Scudetto 1990-’91, seguito dalla Supercoppa Italiana 1991 e dalla finale, persa ai supplementari col “solito” Barcellona a Wembley nel 1992. In tutto Mannini rimane a Genova per 15 stagioni, andandosene dopo la dolorosa retrocessione in B della stagione 1998-’99. Si trasferisce in Inghilterra, al Nottingham Forest, chiamato dal suo ex compagno sampdoriano David Platt. Torna quindi in Italia per disputare un’ultima partita col “suo” Imola, nel 2000, dando poi l’addio al calcio giocato.

3 (terzino sinistro) – Srecko KATANEC: Sloveno (al tempo jugoslavo) di Lubiana, inizia a muovere i primi passi in una delle squadre della sua città, l’NK FC, facendovi tutta la trafila delle giovanili e debuttando in prima squadra nella stagione 1979-’80. Dopo un altro campionato con l’NK, passa all’Olimpia, squadra più nota della città. Coi biancoverdi rimane tre stagioni, prima di essere ceduto alla Dinamo Zagabria. Coi croati disputa due stagioni poco fortunate, dopodiché si trasferisce al Partizan di Belgrado, vincendo subito il campionato jugoslavo alla sua prima stagione, e conquistando il secondo posto nella successiva. Va quindi in Germania, allo Stoccarda, che lascia l’anno dopo (chiuso con la finale di Coppa UEFA persa contro il Napoli di Maradona) per approdare finalmente alla Samp. Coi blucerchiati si rifà subito della sconfitta europea dell’anno precedente, vincendo la Coppa delle Coppe 1989-’90. L’anno successivo è quello del trionfo in campionato, col “mitico” Scudetto 1990-’91, cui seguono la riconversione da centrocampista a terzino sinistro, la Supercoppa Italiana 1991 e la cavalcata fino alla finale di Coppa dei Campioni, persa solo ai supplementari contro il Barcellona. Katanec lascia nel 1994, dopo la vittoria in Coppa Italia, dando l’addio al calcio giocato. Due anni più tardi è CT dell’Under-21 slovena quindi, dopo una breve esperienza sulla panchina del Gorica, diviene CT della Nazionale maggiore del suo Paese, portandola alla qualificazione sia per l’Europeo del 2000, sia soprattutto per i Mondiali del 2002, dopo i quali lascia l’incarico. Accetta, in corsa, la panchina dei greci dell’ Olympiacos Pireo, esperienza sfortunata e conclusa anzitempo con l’esonero. Rimane quindi fermo per tre anni, prima di diventare CT della Macedonia nel febbraio 2006. Si dimette tre anni più tardi, dopo alcune frizioni con Goran Pandev, stella della squadra. Qualche mese più tardi accetta l’incarico di CT degli Emirati Arabi, incarico da cui viene sollevato due anni più tardi, dopo aver compromesso la qualificazione ai Mondiali 2014. Dal 2013 è tornato alla guida della Slovenia. Come calciatore, in Nazionale (jugoslava) ha disputato un Mondiale (Italia ’90), un Europeo (1984) e due edizioni dei Giochi Olimpici (1984 e 1988), conquistando la medaglia di bronzo a Seul. Nel 1994 ha giocato anche con la “neonata” Nazionale slovena, mettendo insieme 5 presenze, corredate da una rete.

4 (mediano) – Angelo PALOMBO: Nativo di Ferentino, nel Frusinate, inizia a giocare nelle giovanili della squadra locale, poi a 16 anni gioca all’Urbania, nel campionato di Serie D. La stagione successiva è in C2, al Fano, dove lo nota la Fiorentina. Dopo due anni nella Primavera gigliata, debutta in prima squadra nel febbraio 2002. Pochi mesi più tardi, col fallimento della Viola, firma a parametro zero con la Sampdoria, divenendo subito un pilastro della squadra. Nel 2008, dopo l’addio di Sergio Volpi, diventa capitano della squadra, guidandola nella stagione 2009-’10 alla storica qualificazione in Champions League. La stagione successiva è però disastrosa, e la squadra retrocede in Serie B. Palombo, da capitano, soffre particolarmente la discesa in cadetteria (emblematiche le immagini del suo pianto, mentre si scusa coi tifosi), tanto da disputare una prima parte di torneo di B certamente al di sotto delle sue possibilità. A metà stagione arriva quindi il passaggio in prestito all’Inter, ma anche in nerazzurro combina ben poco. Rientrato alla base, inizialmente la società pensa di accantonarlo, proponendogli la rescissione del contratto e mettendolo poi fuori rosa. Reintegrato, torna presto a ricoprire un ruolo importante all’interno della squadra, ricoprendo anche il ruolo di difensore centrale. Grazie alla Samp ha conquistato anche l’azzurro, iniziando con l’Under-20, con la quale disputa i Giochi del Mediterraneo 2001, quindi con l’Under-21 vince l’Europeo 2004, prendendo poi parte anche alle Olimpiadi di Atene. Nel 2006 il CT Roberto Donadoni lo chiama nella Nazionale maggiore, nella quale rimarrà stabilmente col ritorno sulla panchina dell’Italia di Marcello Lippi, che lo porta sia alla Confederations Cup 2009 sia al Mondiale 2010.

5 (stopper) – Pietro VIERCHOWOD: Di padre russo, inizia con il calcio nelle giovanili nello Spirano per poi passare alla Romanese, squadra bergamasca di Serie D. Approda quindi al Como, con cui disputa cinque campionati, impreziositi dalla doppia promozione dalla C1 alla A, nella quale fa il suo esordio nella stagione 1980-’81 Viene quindi acquistato dalla Sampdoria, che lo presta dapprima alla Fiorentina e poi alla Roma, con la quale vince lo storico scudetto del 1983. Rientra quindi a Genova, dove rimane per dodici stagioni, contribuendo ai grandi successi dell’era-Mantovani: 4 Coppe Italia (1985, 1988, 1999, 1994), la Coppa delle Coppe 1989-‘90, la Supercoppa Italiana 1991 e, ovviamente, lo Scudetto 1990-’91. A questi successi si aggiungono le finali europee perse, entrambe contro il Barcellona: nel 1988 quella di Coppa delle Coppe e, soprattutto, quella del 1992 in Coppa dei Campioni. Dopo aver rifiutato per anni di lasciare la compagine blucerchiata, nel 1995 passa alla Juventus, convinta che la sua esperienza sia fondamentale nel percorso della Champions League. Intuizione che si rivelerà azzeccatissima, dato che la Vecchia Signora, con Vierchowod al centro della difesa, alzerà la coppa “dalle grandi orecchie” nel cielo di Roma. Non rinnovato il suo contratto annuale coi bianconeri, accetta l’offerta del Perugia, rescindendo però praticamente subito il contratto, dopo uno screzio con l’allenatore Galeone, e accasandosi al Milan. La stagione rossonera è tribolatissima e non gli viene rinnovato il contratto. Passa quindi al Piacenza, con cui rimarrà per tre stagioni, togliendosi la soddisfazione di segnare anche il gol che vale la salvezza nella stagione 1998-’99. Si ritira dopo la conclusione dell’annata successiva, chiusa stavolta con la retrocessione in B della squadra. Intraprende quindi la carriera di allenatore, con esiti disastrosi. Chiamato in corsa a Catania, nella stagione 2001-2002, viene esonerato a due giornata dalla fine del campionato. Pochi mesi più tardi è sulla panchina della Florentia Viola, la squadra nata dalle ceneri dell’allora fallita Fiorentina, in C2, ma salta dopo 9 giornate. Infine, allena per tre mesi la Triestina, nel 2005. Attualmente fa il commentatore tecnico in TV. Con la Nazionale italiana ha disputato 45 match, segnando due reti, e prendendo parte al tre Campionati del Mondo (1982, 1986 e 1990), al Mundialito 1980 e alle Olimpiadi losangeline del 1984. Con 493 apparizioni, è secondo solo a Mancini nella classifica dei calciatori che più hanno indossato la maglia blucerchiata.

6 (libero) – Luca PELLEGRINI: Poteva finirci Marcello Lippi, qui, ma potevo lasciar fuori il capitano dello Scudetto?

Varesino, primo di tre fratelli tutti calciatori (Davide, caro soprattutto ai veronesi, e Stefano), è cresciuto nella squadra della sua città, con cui ha esordito in prima squadra nella stagione 1978-’79. Dopo un’altra stagione in biancorosso (terminata con la promozione dalla C alla B), passa alla Sampdoria, che sta mettendo le basi per la squadra che stupirà in Italia e in Europa nella seconda metà degli Anni ’80, fino allo storico traguardo dello Scudetto 1990-’91. Lascia la maglia blucerchiata proprio dopo quel trionfo, passando all’Hellas Verona, dove raggiunge il fratello Davide. Qui rimane due stagioni, passando poi al Ravenna, in Serie B. Dopo un solo campionato in Romagna passa al Torino, risalendo in Serie A, e disputando la sua ultima stagione agonistica. Lasciato il calcio, diventa dapprima imprenditore nel settore portuale, quindi commentatore tecnico in tv. Con la Samp, oltre allo Scudetto, ha vinto la Coppa delle Coppe 1989-’90 e tre edizioni della Coppa Italia: 1985, 1988 e 1989.

7 (ala destra) – Attilio LOMBARDO: Nativo del casertano, si traferisce da bambino con la famiglia in provincia di Lodi. Inizia la carriera calcistica nel Pergocrema, nelle cui giovanili si forma prima del debutto diciottenne in prima squadra, militante in Serie C2, nel 1983. Nell’85 si trasferisce alla Cremonese, in Serie B, e in grigiorosso rimane quattro stagioni, mettendo insieme 141 partite e 17 reti. Viene quindi acquistato dalla Sampdoria, vincendo subito il suo primo trofeo internazionale, la Coppa delle Coppe, e conquistandosi la chiamata in Nazionale. L’anno dopo è tra i protagonisti dello storico Scudetto dei blucerchiati. Seguono la vittoria nella Supercoppa Italiana e la sfortunatissima finale di Coppa dei Campioni contro il Barcellona. Nel 1993-’94 arriva la Coppa Italia vinta da capocannoniere (con 5 gol) e quindi, dopo un’ultima stagione a Genova, il passaggio alla Juventus fresca di ritorno al Tricolore. In bianconero s’infortuna gravemente in precampionato, con la frattura di tibia e perone. Complice l’incedente e l’equivoco tattico sul suo ruolo (è un’ala pura, poco adatta al centrocampo “a 3” di Lippi, che sul settore destro, quello di competenza di Lombardo, preferisce il più “tattico” Di Livio quando non il centrocampista “puro” Antonio Conte), a Torino trova poco spazio, con 35 presenze e due gol in due stagioni. Con la Signora, però, fa incetta di trofei: Supercoppa Italiana 1995, la Champions League 1995-’96, la Coppa Intercontinentale 1996, la Supercoppa Europea 1996 (andando anche in gol, nel match d’andata) e lo Scudetto 1996-’97. Emigra quindi in Inghilterra, al Crystal Palace, dove a metà della prima stagione diviene giocatore-allenatore. Tornato a fare solo il calciatore nella stagione successiva, dopo sei mesi torna in Italia, accasandosi alla Lazio “a trazione blucerchiata” di Sven Goran Eriksson e del suo ex capitano Roberto Mancini. Coi biancazzurri rimane due stagioni, mettendo in bacheca una Coppa delle Coppe (1998-’99), la Supercoppa Europea 1999, l’accoppiata Scudetto-Coppa Italia della stagione 1999-’00, chiudendo con la Supercoppa Italiana nella stagione 2000-’01, annata in cui a metà lascia per tornare alla “sua” Samp, retrocessa in Serie B. Con la Doria rimane anche la stagione successiva, quindi lascia il calcio giocato, entrando subito nello staff tecnico delle giovanili blucerchiate. Allena per tre stagioni gli Allievi Nazionali, quindi per una la Primavera. La sua prima panchina da allenatore “a tutto tondo” è quella del Chiasso, nella stagione 2006-’07 che lascia dopo solo quella stagione. Torna quindi alla Samp come osservatore, prendendo poi in corsa il Castelnuovo Garfagnana, in Serie C2, per le ultime due giornate di campionato, riuscendo a salvare la squadra ai play-out e lasciando subito dopo. Firma quindi con il Legnano, in Serie C1, passando la stagione successiva allo Spezia. In bianconero rimane solo tre mesi, dimettendosi nonostante la squadra fosse terza in classifica. Dall’estate successiva entra nello staff tecnico di Mancini, raggiungendolo al Manchester City, che segue poi anche al Galatasary.

8 (centrocampista) – Toninho CEREZO: Brasiliano di Belo Horizonte, inizia la carriera di calciatore nelle giovanili dell’Atlético Mineiro, squadra della sua città, con cui esordisce in prima squadra nel 1972. Passa poi una stagione “di formazione” al Nacional di Manaus (con cui vince il titolo statale dell’Amazzonia), prima di rientrare all’Alvinegro, dove rimane per 9 anni, vincendo 7 titoli statali. Approda quindi alla Roma, fresca di Scudetto, con cui arriva subito alla finale di Coppa dei Campioni, drammaticamente persa dai giallorossi in casa, ai rigori. Con la squadra capitolina rimane per tre stagioni, lasciando dopo aver segnato il gol decisivo per la conquista della Coppa Italia (la seconda, dopo quella del 1984). A farne le spese, proprio quella Sampdoria cui passa poche settimane più tardi. In blucerchiato rimane sei stagioni, le più prolifica nella storia del club genovese, contribuendo alla vittoria del “mitico” Scudetto 1990-’91, della Coppa delle Coppe l’anno precedente e della “doppietta” in Coppa Italia tra il 1988 e il 1999. Chiuda la sua avventura doriana e italiana dopo la sconfitta nella finale di Coppa dei Campioni del 1992, tornando in Brasile, al San Paolo. Col “Tricolòr” vince due volte la Coppa Intercontinentale (1992 e 1993), una Copa Libertadores (1993) una Supercoppa Sudamericana (1993) e un Campionato statale Paulista (1993). Dopo un paio di brevi esperienze con Cruzeiro e Paulista, torna al San Paolo, ma senza successo. Decide quindi di tornare a Belo Horizonte, giocando dapprima con l’América, quindi chiudendo la carriera dove l’aveva iniziata con l’Atlético Mineiro, nel 1997. Due anni più tardi inizia ad allenare, con una breve esperienza sulla “sua” panchina, cui ne segue un’altra altrettanto breve e sfortunata al Vitòria. Nel 2000 emigra in Giappone, diventando l’allenatore dei Kashima Antlers. Vi rimarrà fino al 2005, vincendo 2 campionati (2000 e 2001), due coppe nazionali (2000 e 2002) e una Coppa dell’Imperatore (2000). Torna quindi in Patria, al Guarani, quindi di nuovo all’Atlético Mineiro. Si trasferisce poi in Arabia Saudita, all’Al-Hilal, quindi negli Emirati Arabi, prima all’Al-Shabab (con cui vince il campionato) e poi all’Al Ain. Torna nuovamente in Brasile, nel 2010, per allenare lo Sport Recife. Sta quindi fermo due anni, prima della chiamata, nel 2012, del Vitòria. Infine, dal 2013 è tornato sulla panchina dei Kashima Antlers, con cui ha subito centrato la vittoria nella Suruga Bank Championship. Con la Nazionale brasiliana, nella quale ha debuttato nel 1977, ha disputato 57 match, mettendo a segno 7 reti. Ha partecipato a due Mondiali: 1978 e 1982, mentre per infortunio ha perso quello del 1986.

9 (centravanti) – Gianluca VIALLI: Cremonese doc, muove i primi passi nella squadra dell’oratorio, prima di entrare nel settore giovanile del Pizzighettone. Qui, finalmente lo nota la squadra della sua città, e nel 1978 approda nelle giovanili grigiorosse. Dopo due stagioni con la Primavera, inizia ad affacciarsi in prima squadra, debuttando nel 1980, in Serie C1. La squadra conquista la promozione in B, e lancia definitivamente Vialli, che alla sua prima vera stagione stabilmente tra i grandi mette insieme 31 partite e 5 reti, migliorando nelle stagioni successive, con 35 match e 8 reti nella stagione 1982-‘83 e 10 gol in 37 gare in quella 1983-’84, conquistando anche l’Under-21, con cui disputa l’Europeo di categoria. Questo crescendo continuo gli vale l’acquisto da parte della Sampdoria, con la quale debutta in Serie A. Il primo anno in campionato è di apprendistato, con sole 3 reti in 28 partite. In compenso, però, vince alla grande il suo primo trofeo, la Coppa Italia, mettendo a segno 6 reti in 12 partite, compresa una nella finale di ritorno col Milan. L’anno dopo le reti in campionato salgono a 6, ma in coppa non si ripete e inoltre non riesce a trovare il gol europeo, nonostante le 4 presenze in Coppa delle Coppe. Si scatena però in estate, all’Europeo Under-21 (il secondo per lui), nel quale è capocannoniere, segnando anche nella finale di andata contro la Spagna, che poi vincerà il titolo ai rigori. É quindi convocato dalla Nazionale maggiore (nella quale ha debuttato l’anno precedente) per il Mondiale messicano, dove gioca però solo pochi minuti, pur scendendo in campo tre volte. L’exploit in azzurro e gli addii dei britannici Francis prima e Souness poi gli valgono la conquista del centro dell’attacco blucerchiato (prima aveva agito soprattutto da “numero 11”), formando con Roberto Mancini una delle più affiatate e micidiale coppie-gol del calcio italiano. Segna 12 gol (in 28 partite) in campionato, e un gol a partita (4 su 4) in Coppa Italia, che l’anno dopo torna a vincere, segnando di nuovo in finale (stavolta all’andata). In campionato va nuovamente in doppia cifra, con 10 marcature. La stagione 1988-’89 è quella del boom definitivo: 14 reti in 30 partite in campionato, 13 reti in 14 match di Coppa Italia, che conquista per la terza volta (stavolta da capocannoniere), segnando nuovamente in finale, aprendo le marcature sampdoriane nella finale di ritorno. In Europa segna 5 reti in 7 match, ma la squadra cede in finale di Coppa delle Coppe al Barcellona. Segna inoltre l’unico gol dei blucerchiati nella prima edizione della Supercoppa Italiana, andata al Milan vittorioso per 3 a 1. La stagione 1989-’90 è quella dell’agognato trionfo europeo, con la conquista della Coppa delle Coppe sfuggita all’ultimo atto l’anno prima. Lui è grande protagonista, con la doppietta (7 gol totali in 8 partite che gli valgono il titolo di capocannoniere) che in finale, ai tempi supplementari, stende l’Anderlecht dando alla Sampdoria il trofeo. In campionato è costretto a saltare diverse partite, andando comunque in doppia cifra (10 reti) nonostante le sole 22 partite giocate. In estate è inizialmente al centro dell’attacco della Nazionale nel Mondiale casalingo di Italia ’90, ma non brilla, dovendo cedere la maglia da centravanti titolare a Totò Schillaci dopo due sole partite (tornerà titolare, poi sostituito, nella tragica semifinale con l’Argentina). Si rifà alla grande con la stagione successiva, quella dello storico Scudetto della Sampdoria, cui lui contribuisce con ben 19 reti (in 26 match), che gli valgono il titolo di capocannoniere. La stagione col Tricolore sul petto è l’ultima di Vialli a Genova: in campionato segna 11 reti in 31 partite ma, soprattutto, ne segna ben 7 in Coppa dei Campioni, che portano la Sampdoria in finale. Sfortunatamente per i blucerchiati, di fronte c’è di nuovo il Barcellona, che già aveva soffiato una finale europea alla squadra genovese. Vialli manca di un soffio il goal vittoria, che segna invece l’olandese Koeman, sul finire del secondo tempo supplementare, portando la coppa in Catalogna. Nel frattempo Vialli ha perso la Nazionale, dopo uno screzio col CT Sacchi, pare per uno scherzo (del grana grattugiato in un tovagliolo) in ritiro. In quel momento Vialli era il capitano della squadra azzurra. Nell’estate ’92 arriva il miliardario trasferimento alla Juventus del Trap bis. Col tecnico di Cusano Milanino il giocatore non si trova bene, e la sua esperienza juventina non si rivela, inizialmente, un granché. Il primo anno segna la miseria di 6 reti in 32 partite in campionato, facendo decisamente meglio in Coppa UEFA, con 5 reti in 10 partite, che contribuiscono alla conquista del trofeo. La stagione successiva salta quasi tutta per infortunio: in campionato gioca solo 10 partite, segnando 4 gol. Nell’estate del ’94 alla Juve parte la rivoluzione: la Triade alla guida della società e Marcello Lippi in panchina. Col tecnico viareggino Vialli risorge: 17 reti in 30 partite in campionato che contribuiscono in maniera determinante alla vittoria dello Scudetto, 3 gol in 7 partite in Coppa Italia (che vince: per lui è la quarta) e 2 centri in 9 match in Coppa UEFA (persa in finale col Parma). La stagione successiva, nella quale diventa capitano, la apre col gol vittoria in Supercoppa Italiana, nella sfida col “solito” Parma. In campionato segna 11 reti in 30 partite, segnando inoltre 2 reti nella trionfale cavalcata verso la vittoria in Champions League, che alza nel cielo di Roma completando la sua collezione nei tornei europei, vincendoli tutti e tre. Dopo il successo europeo, si trasferisce in Inghilterra, all’ambizioso Chelsea guidato da Ruud Gullit. Coi Blues vince subito la Coppa d’Inghilterra, ma il feeling con l’ex trecciolone del Milan (e della stessa Sampdoria) non c’è, e Vialli spesso si ritrova in panchina. La stagione successiva, nonostante un poker al Barnsley in campionato e una tripletta in Coppa delle Coppe contro i norvegesi del Tromso, non trova continuità, sempre a causa dei contrasti con Gullit. La squadra però in campionato va male, e a febbraio del ’98 l’allenatore viene esonerato. A sorpresa, al suo posto viene nominato, col ruolo di giocatore-allenatore, proprio Vialli. Il quale guida la squadra alla vittoria prima in Coppa di Lega e poi in Coppa delle Coppe, che per la seconda volta vince da capocannoniere (6 reti in 8 partite). Confermato nel ruolo di player-manager nella stagione successiva, guida subito la squadra alla vittoria nella Supercoppa Europea, contro il Real Madrid (che ha soffiato la Coppa dei Campioni proprio alla “sua” Juventus). Inoltre, il terzo posto in campionato vale la prima storica qualificazione nella Champions League. La squadra, nella quale ora Vialli è solo allenatore, avendo appeso le scarpette al chiodo, arriverà fino ai quarti della massima competizione europea, venendo eliminata dal Barcellona e conquista nuovamente la FA Cup. La stagione 2000-’01 si apre con la vittoria di un altro trofeo, la Charity Shield (fino all’avvento di Mourinho, sarà il manager più vittorioso nella storia del club), ma poi i cattivi rapporti coi senatori dello spogliatoio lo portano all’esonero. La stagione successiva accetta l’offerta del Watford, in First Divison, con l’obiettivo di portarlo quanto prima nuovamente in Premier League. Ma l’esperienza è tutt’altro che fortunata, con un deludentissimo quattordicesimo posto finale in classifica, che portano la società a sollevare Vialli dall’incarico dopo una sola stagione. Ne seguirà una lunga disputa contrattuale che contribuirà a mettere definitivamente (almeno ad oggi) la parola fine sulla carriera di allenatore di Vialli. Il quale, si reinventa brillantemente come commentatore televisivo su Sky, dedicandosi al contempo alla sua passione per il golf e ai progetti umanitari cui ha dedicato una fondazione in coppia col collega (anche lui ex giocatore) Massimo Mauro.

10 (seconda punta) – Roberto MANCINI: Jesino, viene notato appena tredicenne in una squadra locale dagli osservatori del Bologna, che lo portano subito in rossoblù. Con la squadra felsinea inizia dai Giovanissimi, ritrovandosi ad appena 16 anni già nella formazione Primavera (e vincendo anche uno Scudetto nella categoria Allievi) e a debuttare ancora minorenne in prima squadra. Nonostante la giovanissima età, gioca tutte le partite di campionato (30), segnando anche 9 reti, che non valgono però la salvezza della squadra, che retrocede in B. Viene quindi acquistato a suon di miliardi dalla Sampdoria, per volontà del mitico presidente Mantovani, rimasto folgorato dal ragazzo. A Genova dal 1982 al 1997, in quindici stagioni il Mancio ha collezionato 566 presenze con 171 gol, entrambi record assoluti. Nella sua bacheca, oltre allo storico Scudetto 1990-’91 (cui ha contribuito con 12 reti in 30 partite, con tanto di ‘Guerin d’Oro’ stagionale), la Coppa delle Coppe 1989-’90, la Supercoppa Italiana 1991 (vinta proprio grazie a un suo gol) e ben 4 successi in Coppa Italia (1985, 1988, 1989, 1994. In gol, sempre su rigore, nella prima e nell’ultima). Ci sono poi le due finali europee perse: quella di Coppa delle Coppe (1988-’89) e, soprattutto, quella di Coppa dei Campioni (1992), entrambe in favore del Barcellona. Lasciata, cosa che sembrava impensabile, la squadra blucerchiata, Mancini si trasferisce alla Lazio, al seguito dell’allenatore doriano Sven Goran Eriksson. Nelle tre stagioni in biancazzurro vince nuovamente lo Scudetto (1999-’00), la Coppa delle Coppe (1998-’99) la Supercoppa Europea 1999, quella Italiana 1998 e altre due edizioni della Coppa Italia (1998 e 2000), arrivando al numero record di sei vittorie nel torneo. Chiude dopo la favolosa ultima stagione, iniziata con la vittoria europea contro i campioni del Manchester United e chiusa con la doppietta campionato-Coppa Italia. Entra nello staff di Eriksson (vincendo da “vice” la Supercoppa Italiana 2000), ma torna in campo, a sorpresa, nel 2001, giocando 4 partite con gli inglesi del Leicester, che lascia quasi subito per accettare l’incarico di allenatore della Fiorentina. Con la Viola vince subito il “suo” trofeo, la Coppa Italia, venendo confermato anche per la stagione successiva. Lascia però dopo 17 partite, a causa del caos societario che porterà poi al fallimento della società. A luglio lo chiama la Lazio, rimanendo due stagioni e vincendo nuovamente la Coppa Italia (2003-’04), e conquistando un quarto e un sesto posto in campionato e raggiungendo le semifinali di Coppa UEFA il primo anno, eliminato solo dal Porto di Mourinho che vincerà poi il trofeo. I buoni risultati fanno si che si “innamori” di lui il presidente dell’Inter, Massimo Moratti, che forza la mano con l’omologo laziale Lotito e strappa l’allenatore ai romani portandolo in nerazzurro. All’Inter rimane 4 stagioni, vincendo 2 Scudetti e vedendosi assegnato quello del 2005-’06 tolto alla Juventus per i fatti di Calciopoli. Mette inoltre in bacheca altre due Coppe Italia consecutive (2005 e 2006), due edizioni della Supercoppa Italiana (2005 e 2006) e annunciando l’addio dopo l’ennesimo fallimento europeo (eliminazione in Champions col Liverpool) e la sconfitta in finale di Coppa Italia Contro la Roma. Rimane fermo tutta la stagione successivo, rescindendo nell’autunno del 2009 il contratto che ancora lo legava all’Inter per approdare in corsa sulla panchina del Manchester City. Dopo il quinto posto da subentrato, nella sua prima stagione inglese completa centra un terzo posto in campionato ma, soprattutto, si conferma “campione” delle coppe nazionali, vincendo la FA Cup. La stagione successiva gli vale uno storico e sudatissimo (vinto a pari punti coi “cugini” dello United per gli scontri diretti favorevoli) trionfo in Premier League, all’ultimo assalto nell’ultima partita di campionato. La stagione successiva inizia bene, con la vittoria in Community Shield ma le frizioni con diversi giocatori e l’ennesimo fallimento europeo ne mettono in bilico la posizione. E infatti, a due giornate dalla fine del campionato, viene esonerato, dopo aver perso la finale di FA Cup contro il “piccolo” Wigan. Il suo stop dura solo qualche mese: a fine settembre subentra a Fatih Terim (come successe a Firenze) sulla panchina del Galatasaray, conquistando l’accesso agli ottavi di finale di Champions League all’ultimo secondo nello scontro diretto con la Juventus. La squadra per cui tifava da bambino e che sarà poi la sua avversaria più acerrima. I turchi sono stati poi eliminati dal Chelsea di Mourinho, l’altra grande nemesi del Mancio, che all’Inter ha centrato risultati che a lui non sono riusciti. Controverso il suo rapporto con la Nazionale: trova spazio, seppur “a sprazzi” con Vicini, col quale disputa l’Europeo 1988 e, soprattutto, il Mondiale casalingo del ’90, dopo aver “servito” sotto il CT in due Europei Under-21 (1984 e 1986). Con l’avvento di Sacchi gioca 5 partite nelle qualificazioni Mondiali, ma poi sparisce, non tornando mai più in azzurro e venendo escluso da USA ’94.

11 (ala sinistra) – Ernesto Bernardo “Tito” CUCCHIARONI: Argentino, cresciuto nel Tigre, arriva in Italia nel 1956 grazie al Milan, che lo preleva dal Boca Juniors, dove era arrivato la stagione precedente. Coi rossoneri disputa due stagioni, mettendo insieme complessivamente 41 presenze e 7 gol. Si trasferisce quindi alla Sampdoria, dove rimane per cinque stagioni, per un totale di 148 match e 40 reti, spiccando come protagonista della squadra che centro l’allora storico quarto posto nel campionato 1960-’61. Scomparso 44enne in un incidente d’auto in Argentina, è stato amatissimo dai tifosi blucerchiati, tanto da intitolargli il loro principale gruppo ultras. Con la Nazionale argentina ha disputato 11 incontri, senza mai andare in rete, ma vincendo la Copa Sudamericana per Nazioni nell’edizione 1955.

ALL. Vujadin BOSKOV: Nativo della Vojvodina, il serafico “santone” slavo (mitica la sua frase “Rigore è quando arbitro fischia”, e altre pronunciate con lo stesso italiano “alternativo” che gli sono valse poi un falso profilo satirico su Twitter) inizia come calciatore nella squadra della sua regione, dove gioca per un decennio, prima di approdare alla Sampdoria, e dopo una sola stagione, trasferirsi agli svizzeri dello Young Boys, dove chiude la carriera (fatta anche di 57 partite con la Nazionale jugoslava, giocando due Mondiali e un’Olimpiade) due anni dopo. Con gli elvetici ha debuttato in panchina, divenendo in corsa giocatore-allenatore. Chiusa l’esperienza coi gialloneri, torna al suo Vojvodina, dove è direttore tecnico per sette anni (titolo nazionale vinto nella stagione 1965-’66), prima di assumere l’incarico di CT della Jugoslavia. Nel 1974 diviene allenatore degli olandesi dell’ADO Den Haag (vincendo subito la Coppa d’Olanda), passando due stagioni dopo al Feyenoord. Quindi, nel ’78 si traferisce in Spagna dove, dopo un anno a Siviglia, approda sulla panchina più prestigiosa di tutte: quella del Real Madrid. Al primo anno alle “merengues” centra subito la doppietta Liga-Copa del Rey. Al secondo porta la squadra fino alla finale di Coppa dei Campioni, persa contro il grande Liverpool di quegli anni. Al terzo e ultima anno conquista nuovamente la Coppa di Spagna e poi lascia. Dopo un anno di stop è sulla panchina dello Sporting Gijon, quindi arriva in Italia, ingaggiato dal “piccolo” Ascoli. Dopo due stagioni nelle Marche (la prima con retrocessione dalla A alla B, e la seconda con l’immediata risalita), eccolo finalmente tornare alla Sampdoria: in sei anni in blucerchiata guida la squadra allo storico Scudetto 1990-’91, cui si aggiungono la Coppa delle Coppe 1989-’90, due edizioni della Coppa Italia consecutive (1988 e 1989) e la Supercoppa Italiana 1991. Ci sono anche altre tre finali europee perse: la più dolorosa, quella che chiude l’avventura blucerchiata del serbo, è la sconfitta col Barcellona a Wembley, per la Coppa dei Campioni 1992. Sempre per mano degli spagnoli era arrivata anche la sconfitta in Coppa delle Coppe 1988-’89. Sconfitta, infine, anche nello scontro “fratricida” col Milan campione d’Europa per la Supercoppa Europea 1990. Passa alla Roma, dove rimane per una sola stagione, tutt’altro che vincente. Dopo un anno “sabbatico”, allena per due stagioni il Napoli, quindi va in Svizzera, allenando per una stagione il Servette. Torna quindi alla Samp, dopo l’esonero dell’argentino Menotti, nella stagione 1997-’98, lasciando a fine campionato. Nella stagione successiva allena brevemente il Perugia, quindi torna alla Nazionale jugoslava/serba, che conduce all’Europeo del 2000. Torna quindi brevemente nel 2001 come membro della Commissione Tecnica che rimpiazza il CT Doric, prima dell’incarico unico a Dejan Savicevic. Dal 2006 è tornato a collaborare con la Sampdoria come “scout”.

 

Federico Zuliani

 

 

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Classe '82, juventino dalla placenta, nonostante la laurea in Scienze Politiche ha ben presto capito che la politica era meglio prenderla in giro che studiarla. Messe quindi da parte le varie ipotesi di riforma del sistema elettorale, ha scelto di dar libero sfogo al proprio umorismo abrasivo col ‘Pagellone’, attraverso cui dà i voti ai protagonisti della politica locale. Del medesimo argomento, di Sport e di tanto altro scrive sul settimanale LegnagoWeek. Collabora inoltre con altre testate cartacee e online, occupandosi di vari temi. Per ovviare allo stress dell’attività giornalistica nell’agone politico, si dedica alla “cultura del cibo”. In seguito a questa passione, ha intrapreso l’attività di food blogger, recensendo ristoranti, discutendo di ricette e litigando coi buchi della cintura. Mangia, prega, ama e impreca a Legnago.