American Made: Un po’ di storia…

Care amiche e cari amici, la scorsa settimana abbiamo dato il via a questo rubrica, ‘American Made’, dedicata al soccer nordamericano (vi ho spiegato perché è improprio parlare semplicemente di “calcio statunitense”) e, in particolare, alla Major League Soccer, che è la lega principale nel sistema calcistico Usa (perché, comunque, l’organizzazione del campionato è americana, come per l’Nba).

Dato che il campionato è appena iniziato, e quindi fare ora il punto è un po’ prematuro, al di là di dare un mero aggiornamento sui risultati, mi piacerebbe proseguire nel raccontare un po’ cosa è questa Mls: nella prima puntata ci siamo dedicati a spiegare, per sommi capi, come funziona il campionato.
Oggi, invece, vorrei concentrarmi sull’aspetto storico.

L’idea di reintrodurre (magari un numero di ‘American Made’ lo dedicheremo a cosa c’è stato prima…) un campionato statunitense – allora sì era sol tale – arriva nel 1988, ed è la  conditio sine qua non posta dalla Fifa alla Federcalcio americana per l’assegnazione dei Mondiali 1994 agli Stati Uniti, cosa poi effettivamente avvenuta.

Le cose si mettono in moto definitivamente dopo la Coppa del Mondo, e le intenzioni originali erano quelle di iniziare il primo torneo nel 1995 con 12 squadre. Tuttavia, tra difficoltà e imprevisti, il debutto del nuovo torneo slitta al 1996, e con solamente 10 squadre.

Dopo un iniziale interesse – mediatico e di pubblico – arrivato sulla scia del successo di Usa ’94, il campionato perde in fretta appeal, anche perché risulta essere un poco digeribile ibrido tra il calcio come tutti lo conosciamo, e alcune tipicità americane. Si pensi ad esempio al fatto che, in quei primi anni, fosse stato abolito il pareggio: se nessuno vinceva nei canonici tempi regolamentari, si andava agli shoot-outs, rigori in movimento (sperimentati anche in Italia in qualche torneo estivo), che decretavano un vincitore. La differenza stava che chi vinceva nei 90 minuti prendeva 3 punti – e nessuno andava allo sconfitto – mentre, in caso di “spareggi”, si divideva la posta, con 2 punti a chi aveva la meglio, e 1 per chi soccombeva.

La crisi, anche finanziaria, della Mls trova una risposta in un altro Campionato del Mondo, quello nippocoreano del 2002, nel quali la Nazionale statunitense arriva inaspettatamente fino ai quarti di finale.
L’anno dopo vengono finalmente adottate le regole dell’International Board, così da uniformare il più possibile la Mls ai principali campionati di calcio nel resto del Mondo.

Nel 2004, poi, esplode la bomba mediatica di Freddy Adu, il 14enne all’epoca “next big thing” del soccer a stelle e strisce: in verità, quel ragazzino non combinerà nulla di esaltante (nel 2007 arriva in Europa, al Benfica, da dove girerà in prestito una serie di campionati minori, prima di tornare nelle leghe secondarie Usa e, quest’anno, essere scartato dai Portland Timbers dopo un periodo di prova), ma intanto i riflettori tornano ad accendersi prepotentemente sulla lega.

FreddyAdu_20060614

La vera svolta, però, arriva 10 anni fa, quando la Mls si allarga oltre confine, accogliendo i canadesi del Toronto Fc e, soprattutto, creando la regola dei “designated players”, quella che permette di sforare il (ridottissimo) salary cap per ingaggiare alcuni giocatori “di grido”.
E’ il colpo di genio, subito concretizzato dalla mossa che metterà definitivamente la Mls sulla mappa del calcio: l’arrivo di David Beckham.

Becks

La stella inglese lascia il Real Madrid e si accasa ai Galaxy di Los Angeles: un binomio glamour, quello tra l’ex ala del Manchester United e la ‘Città degli Angeli’, che porta alle stelle la mediaticità della Mls, attirando sponsor, media, investitori e pubblico.

Un successo costante, da lì a questi ultimi dieci anni, del quale magari potremmo parlare la prossima settimana…

Per questa, invece, è tutto.
God bless you!

Federico Zuliani

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Classe '82, juventino dalla placenta, nonostante la laurea in Scienze Politiche ha ben presto capito che la politica era meglio prenderla in giro che studiarla. Messe quindi da parte le varie ipotesi di riforma del sistema elettorale, ha scelto di dar libero sfogo al proprio umorismo abrasivo col ‘Pagellone’, attraverso cui dà i voti ai protagonisti della politica locale. Del medesimo argomento, di Sport e di tanto altro scrive sul settimanale LegnagoWeek. Collabora inoltre con altre testate cartacee e online, occupandosi di vari temi. Per ovviare allo stress dell’attività giornalistica nell’agone politico, si dedica alla “cultura del cibo”. In seguito a questa passione, ha intrapreso l’attività di food blogger, recensendo ristoranti, discutendo di ricette e litigando coi buchi della cintura. Mangia, prega, ama e impreca a Legnago.