Avellino: addio professionismo!

Dopo la bocciatura di Co.Vi.So.C., FIGC,  Collegio di Garanzia del Coni è giunta anche quella del Tar del Lazio che ha respinto il ricorso presentato dalla società biancoverde. Il principale responsabile è il presidente Taccone, ma non solo… Futuro incerto: da oggi il via alla manifestazione di interesse per costituire una nuova società che probabilmente ripartirà dalla serie D. Ma i tempi sono strettissimi, entro venerdì va fatto tutto e il rischio di sbagliare ancora è alto…

Mai epilogo fu più amaro. Nove anni dopo il fallimento targato Pugliese, l’US Avellino 1912 sparisce nuovamente dal calcio professionistico e lo fa nella maniera più assurda ed incredibile ppossibile. Dopo il diniego della Co.Vi.So.C a concedere la licenza per il campionato di serie B 2018/19, le bocciature di Figc e Collegio di garanzia del Coni, puntuale e inesorabile è giunta anche quella del TAR del Lazio che ha respinto l’istanza di sospensione per mancanza di ”fumus boni iuris”, (“parvenza di buon diritto”), ossia il ricorso era privo di sostanza e diritto concreto. Per almeno tre motivi principali, che sindacabili o meno (inutile entrare nel merito), sono stati fermamente ribaditi dai tre gradi di giudizio.

Il primo è che il mondo sportivo ha una propria autonomia nel darsi regole che nessun organismo statale può sindacare e quindi può imporre ai suoi affiliati di scegliere solo assicurazioni dotate di rating (la famosa prima polizza della Onix Asigurari, pur avendo un indice di solvibilità superiore a quanto richiesto, non aveva tale requisito e ciò era contestabile nei termini previsti solo alla Figc, cosa mai avvenuta). Il secondo è che la società biancoverde sapeva dal lontano 24 maggio che entro il 16 luglio avrebbe dovuto presentare una fideiussione secondo le regole della Figc, ma a quanto pare non lo ha mai fatto o comunque lo ha fatto in ritardo… E infine che la famosa PEC della Co.Vi.So.C non era una notifica (soggetta a regolamentazione oraria), ma una semplice comunicazione.

Dunque era impresa improba aver ragione e seppur per qualcuno il decreto del Tar potrebbe risultare in alcuni punti antigiuridico e chiede che la battaglia continui anche dinanzi al Consiglio di Stato, la sostanza è che l’Avellino non ha rispettato le regole e si ritrova fuori dai giochi. Estromessa da quella cadetteria difesa e conquistata con sangue e sudore in campo, non perché fallita, ma per una fideiussione, per meri cavilli burocratici, per semplici formalismi… tutto insensato, paradossale, illogico!

Perché al di là di quanto su menzionato relativamente alle ragioni addotte dagli organi competenti,  nell’Italia calcistica delle lobby e dei forti interessi economici, delle magagne, dei processi farsa, degli scandali scommesse, delle leggi ad hoc per favorire figli e figliastri vari, delle punizioni “mai” esemplari, degli escamotage, dei bilanci fasulli, delle plusvalenze fittizie, degli illeciti amministrativi e chi più ne ha più ne metta, sembra che a pagare pesantemente per tutti sia solo l’Avellino, con un accanimento selvaggio e con una decisione pesantissima e senza precedenti, che resterà sicuramente nella storia. Un provvedimento che necessariamente dovrà fare giurisprudenza, nel senso che da adesso in poi nessuna società, a prescindere dal suo nome o da quello del suo proprietario, potrà più violare alcuna regola, pena l’estromissione!

Ad ogni modo, tirando le somme e ragionando a mente fredda, da questa vicenda escono tutti sconfitti. Il sistema calcio italiano, la giustizia sportiva e quella amministrativa (la cui credibilità è ormai sottozero, visto che continuano ad usare due pesi e due misure a seconda dei casi), la classe politica di una città e di una provincia che non ha più una identità ben definita e un suo peso specifico, tutta la classe giornalistica e imprenditoriale di questo piccolo distretto territoriale, una intera tifoseria, ma soprattutto il presidente Walter Taccone.

Perché è inutile girarci intorno, è lui il principale responsabile di quanto accaduto e non ci sono alibi che tengano. Ha raccontato storie per oltre un mese, ha più volte rassicurato la piazza dicendo che era tutto apposto, che tutto si sarebbe risolto per il meglio, ha tenuto nascosto finché ha potuto debiti e pendenze varie, ha inventato fantomatiche cordate pronte a rilevare la società, ha fatto scappare chi forse era veramente interessato alla sua acquisizione, ha trascinato l’Avellino in cause, indagini e processi (alcuni dei quali ben lungi dall’essere conclusi), ha illuso e mortificato una tifoseria che ancora una volta gli aveva dato fiducia sottoscrivendo ben 2300 abbonamenti, ha svenduto una passione e alla fine si è ritrovato forse coi suoi conti personali in regola e pieni, ma senza più il suo “prezioso giocattolo”… per testardaggine, saccenza, arroganza, ma anche per la tanta improvvisazione, superficialità, incapacità sua e di tutto il suo entourage!

Tante, troppe le domande che adesso si vorrebbero fare e che forse non troveranno mai risposta. Una su tutte: perché arrivare a tutto ciò? Taccone è persona intelligente, dunque risulta difficile credere che si sia fatto fregare da qualcuno o che peggio ancora se lo sia cercato o lo abbia addirittura voluto. Ma allora cosa è veramente accaduto? Cosa ha portato questa dirigenza a perdere tutto (parco giocatori, crediti, contributi, proventi e tutto quanto arriva dalla partecipazione ad un campionato professionistico)? Possibile che per una dannata fideiussione di 800 mila euro ci si sia “suicidati” in questo modo? Quando bastava presentarne una buona e non tre come asserisce in “buona (o cattiva) fede” Taccone…? Oppure, e a questo punto il dubbio è legittimo, ha studiato tutto a tavolino e per svincolarsi dal gravoso peso dei debiti accumulati ha messo in scena questo triste teatrino per uscirne quasi a testa alta al punto da asserire nell’ultimo comunicato che sarebbe addirittura “pronto ad essere vicino a chi vorrà rappresentare il nuovo titolo sportivo”?

Probabilmente  non lo sapremo mai, resterà il dubbio e le mezze verità. Due cose sono certe: 1) Taccone dovrà stare lontanissimo dalla nuova società, anzi se proprio vuol fare una cosa apprezzabile potrebbe versare i soldi degli abbonamenti sottoscritti nelle casse del nuovo sodalizio e dare così la possibilità ai nuovi proprietari di ripartire da un zoccolo duro di 2300 tifosi; 2) Avellino per la seconda volta della sua tribolata storia perde il professionismo calcistico. E, rispetto al fallimento targato Pugliese, ornato da una indegna retrocessione sul campo in serie C, questo fa ancora più male, perché stavolta la B l’avevamo mantenuta di diritto. Ma Taccone a parte, forse è anche giusto così…

Sì, perché, inutile nasconderlo, il presidente Taccone non è l’unico responsabile. Da tre anni, per la precisione da quella maledetta traversa colpita da Castaldo a Bologna, si era creato un clima asfissiante in cui fare calcio era diventato quasi impossibile. Da un lato si è difeso l’indifendibile, si è troppo spesso insabbiata la verità e sorvolato su precise responsabilità, dall’altro si è cominciato a criticare a prescindere tutto e tutti. Taccone per alcuni è diventato martire, per altri carnefice… la vita di una intera provincia è cominciata a ruotare tutta attorno alla sua figura, tralasciando questioni extracalcistiche ben più importanti e urgenti. Si sono creata stupide fazioni, che hanno scompaginato i ruoli e fatto perdere di vista l’unica cosa importante: il bene dell’Avellino e la sua salvaguardia.

E’ stato un gioco al massacro, fatto di colpi bassi, ripicche, polemiche distruttive e mai costruttive, denunce, sotterfugi, guerre mediatiche tra “urlatori di professione”. A farla da padrone è stata la cultura del sospetto, ma non quella su cui si basavano alcune delle  tesi di padri della filosofia come Ricoeur, Marx, Nietzsche o Freud, bensì quella condita da becero chiacchiericcio da bar. Non si è più capito chi faceva il tifoso, chi il giornalista, il politico, l’allenatore, il presidente, il direttore sportivo, il direttore generale, il calciatore, il procuratore, l’assessore, il sindaco, l’esperto giurista, l’economista, il contabile, l’avvocato…

Si è creata una infernale Babele, all’interno della quale non esisteva imparzialità e obiettività (neppure tra gli addetti ai lavori), ed a farne le spese è stato l’Avellino e chi veramente ama questa squadra e i suoi colori: che sono la maggioranza silenziosa. Quelli che sono stati sempre presenti sui gradoni, quelli che soffrono e gioiscono in silenzio, che non hanno bisogno di postare continuamente sui social messaggi per avere visibilità e bricioli di notorietà, sono quelli che non vanno in TV, che non intervengono per radio, che non godono degli insuccessi del lupo per dire “avevo ragione”, sono quelli che mai si sono visti girare intorno né a questa, nè alle vecchie proprietà per “tornaconti personali”, sono quelli che non gettano fango su tutto e tutti per poi fare i dispiaciuti e i moralisti, ma soprattutto sono quelli che mai si sognerebbero di scatenare guerre personali per poi addirittura denunciare fatti e persone alle autorità competenti al fine di nuocere al loro amato Avellino nascondendo la testa sotto la sabbia al momento opportuno…

Fa male dirlo, ma l’Irpinia calcistica oggi si contraddistingue per questa minoranza rumorosa di pseudo-tifosi. Segno evidente che questa provincia è malata. In queste condizioni il calcio non si può fare e la dimensione che più compete a costoro è la serie D! Peccato che questi “leoni da tastiera” che tanto hanno auspicato il fallimento, la liberazione da un personaggio losco come Taccone, così come non c’erano nove anni fa sui polverosi campi della D prima e della C2 poi, non ci saranno neppure il prossimo anno… aspetteranno tempi migliori, attenderanno di salire sul carro dei vincitori! Molti di costoro a stento sanno dove si trova lo stadio Partenio e per loro è più facile “sparlare” seduti dietro uno schermo che vivere sulla propria pelle l’onta dell’umiliazione e della sconfitta contro la Rossanese, l’Hinterreggio, il Milazzo, il Trapani, il Lamezia… o salire su gradoni di stadi come quello di Sambiase, Sapri, Rosarno, Castrovillari, Palazzolo, Modica, Mazara… Dov’era questa gente quando ci fu l’esordio dell’Avellino.12 in coppa Italia con la Forza e Coraggio (dinanzi a circa 600 spettatori)? Ma soprattutto ci saranno? Veramente saranno in 10.000 come adesso dicono su quegli spalti? Il dubbio ci assale…

Fin quando non ci sarà un cambio di mentalità e non si ritroverà equilibrio e rispetto dei ruoli, questa città merita il dilettantismo. E’ bene che lo sappiano eventuali imprenditori interessati a far ripartire questo “sporco circo calcistico”… Ma è bene pure che la gente sappia e si metta bene in testa che il calcio è solo business. Non esistono imprenditori che investono senza avere un proprio tornaconto economico. Tutti lo hanno sempre avuto e continueranno ad averlo. Solo chi ha la memoria corta può negare ciò: perciò smettiamola coi falsi miti! Da Abate a Sibilia, passando per Iapicca, Matarazzo, Pelosi, Pecoriello, Graziano, Improta, fino ad arrivare ai più recenti Marino, Tedeschi, Aliberti, Monachesi, al Sibilia bis, Casillo, Pugliese. Tutti, chi più chi meno, hanno fatto calcio in questa città non per passione (forse qualcuno), ma soprattutto per interesse…

Con la benedizione e l’avallo di una classe politica che è stata del tutto assente o meglio disinteressata. Perché c’è anche da dire che le grida di allarme (velate e non) lanciate negli ultimi due anni, sono sempre cadute nel vuoto e nessuno ha mai mosso un dito per capire o provare a dare un aiuto ad una società che era in palese difficoltà…      Adesso però la politica, in primis il sindaco pentastellato Ciampi, deve fare il suo dovere: individuare chi potrà degnamente rappresentare il nuovo Avellino e adottare da subito il logo (che fortunatamente appartiene ai tifosi), allontanando sciacalli e avventori non qualificati. Oggi stesso è stata avviata la procedura di manifestazione di interesse; entro domani (alle ore 14) dovrà pervenire per iscritto tale interesse perché il termine per una eventuale iscrizione alla lega D è fissato per venerdì alle ore 12. I tempi sono strettissimi, il rischio di sbagliare affidandosi alle persone sbagliate è altissimo, e in più si rischia concretamente e seriamente di perdere il treno e restare per un anno senza calcio. Il che a pensarci bene potrebbe servire a rasserenare gli animi, zittire tutti, ponderare bene ogni scelta e programmare tutto con calma … ma sarebbe forse l’ennesima beffa per quella parte di tifoseria sana che, seppur ferita e addolorata per quanto accaduto, è pronta a rialzarsi ancora una volta con la dignità, l’orgoglio e la passione che l’hanno sempre contraddistinta, e già scalpita per tornare a sostenere il lupo a prescindere dalla categoria. Sarà dura, durissima, ma qualunque cosa accada, il cuore biancoverde continuerà a battere… per sempre!

Nicola Iannaccone

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"In una serata primaverile di un lontano aprile del XX sec., nasceva nella ridente e verde Avellino, Nicola Iannaccone, per tutti NIKO… l’insegnante precario, l’archeologo fossilizzato, il giornalista sfaccendato, il fotografo movimentato, l’incallito viaggiatore, l’inguaribile sognatore, l’autista impaziente, il calciatore scalciato, il Gascoigne misurato, il tennista smanettato, lo sportivo attapirato, ma soprattutto il tifoso sfegatato. Di chi? Dei lupi biancoverdi ovviamente, che non hai mai tradito, né abbandonato, al punto da aver fatto richiesta per avere residenza e domicilio presso la curva Sud del Partenio!"