Invictus

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E’ raro che uno come Clint Eastwood sbagli. Come attore ha conquistato il mondo del cinema grazie a Sergio Leone e alla mitica Trilogia del dollaro, imponendosi poi nel ruolo del celebre ispettore Harold Herry Callaghan. Come regista ha prodotto, in particolare nel decennio scorso, perle del calibro di Mystic River, Million dollar baby e Gran Torino, solo per citarne alcuni.

L’ennesima perla arriva nel 2009 con Invictus (erroneamente tradotto nella versione italiana con invincibile anziché invitto o imbattuto). Il film è tratto dal romanzo Playing the Enemy: Nelson Mandela and the game that made a nation di Jhon Carlin, mentre il titolo prende spunto dalla poesia omonima di William Hernest Henley, cara a Mandela soprattutto durante i suoi anni di prigionia a Robben island.

Il protagonista è uno dei personaggi più importanti e affascinanti della storia recente, ossia Nelson Mandela. Dopo la caduta dell’apartheid e il suo insediamento come Presidente, aveva il difficile compito di creare una nazione che fino ad allora era stata profondamente divisa tra afrikaner (la popolazione di pelle bianca) e la maggioranza nera. Per farlo scelse la via del perdono e della riconciliazione pacifica, sfruttando al meglio il grandissimo evento che il Paese (dopo anni di esclusione dalle competizioni internazionali) si apprestava ad ospitare: i campionati mondiali di Rugby del 1995.

Certo che il rugby possa unire il suo popolo, Mandela inizia a seguire con crescente interesse le sorti degli Springboks che preparano l’evento, entrando particolarmente in contatto con il loro capitano François Pienaar. In realtà le premesse di vittoria finale e di riconciliazione erano davvero minime: la nazionale sudafricana veniva da un periodo abbastanza buio, e inoltre era una delle (numerose) fonti di divisione tra i bianchi che la sostenevano e i neri che solitamente facevano il tifo per gli avversari  (come ammise lo stesso Mandela durante la prigionia, si tifavano gli avversari per il gusto di far irritare le guardie).

Ma, in linea con il Paese che stava cambiando, Pienaar e i suoi diedero una svolta alla loro modo di scendere in campo: sapevano che rappresentavano un popolo intero, non neri o afrikaner, ma semplicemente sudafricani.

Con un entusiasmo sempre crescente raggiunsero la finale contro i temibili All Blacks della Nuova Zelanda, guidati dal campionissimo Jona Lomu, e si aggiudicarono il torneo tra la soddisfazione di Madiba ( grande anima, così era chiamato Mandela) e di tutta la nuova nazione.

Il film offre una serie di spunti interessanti: una figura brillante e affascinante come quella di Nelson Mandela, il suo rapporto con un Paese da costruire e con un campione sportivo, e uno degli sport più belli del mondo, il rugby.  Proprio lo sport in questa pellicola è, come spesso accade, un collante per unire le persone; potrebbe sembrare estremamente retorico ma qui si parla di storia, di fatti realmente accaduti, di un Presidente che esce di prigione pronto a perdonare chi ce lo aveva messo e di un mondiale da vincere per iniziare il percorso del nuovo Sudafrica.

Morgan Freeman veste i panni del Presidente, si fonde nel personaggio in maniera impeccabile, dimostrandosi ancora una volta uno dei migliori attori in circolazione e guadagnandosi la candidatura agli Oscar 2010 come ‘miglior attore protagonista’ (riconoscimento che comunque andrà al Jeff Bridges versione ‘country’ di Crazy Heart). La sua prestazione in ogni modo non oscura quella di Matt Damon, nella parte di capitan Pienaar. La sua performance fu così tanto apprezzata da Eastwood che, per averlo l’anno seguente in Hereafter, modificò personalmente il piano di produzione in modo da permettere all’attore di terminare le riprese che lo vedevano già impegnato con il film I guardiani del destino.

Anche questa volta il grande Clint, uno dei pochi maestri del cinema rimasti, non ha sbagliato.

 

Daniele Serra

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Daniele Serra nasce a Cagliari nel 1982 d.C. , sull ’isola più bella del mondo. Nel cassetto (chiusa bene) una triennale in lettere guadagnata con la tesi “Parola di Ultras – un’analisi linguistica degli striscioni delle tifoserie calcistiche italiane”. Ama scrivere, il buon cinema, le corse in riva al mare e con la palestra cerca di mantenere in condizioni accettabili la sua carcassa. Da sempre cagliaritano, nel bene e nel male.