La Juve piA? forte di sempre?

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La��abbuffata di titoli (due scudetti, due Supercoppa Italiana, una finale di Coppa Italia) della��era Conte, non ha solo cancellato in un attimo i patemi per la disastrata Juventus post-Calciopoli, ma ha anche inevitabilmente dato il via alla a�?caccia al confrontoa�? con precedenti versioni della compagine bianconera, entrate nei cuori dei tifosi a suon di successi.

Il paragone che da subito A? saltato in mente, A? stato quello con la primissima Juve di Marcello Lippi. PerchA� anche quella veniva da anni (nove) senza la��ombra di uno scudetto, perchA� giocava col 4-3-3 come ha fatto per buona parte del primo anno quella di Conte, e perchA� lo stesso attuale http://sildenafildosage.com/ allenatore dei torinesi giocava nella squadra del CT mondiale 2006.

Un parallelismo che, a parte le suggestioni di cui sopra, non A? poi del tutto condivisibile: Lippi poteva infatti contare su una societA� indubbiamente piA? forte di quella attuale (Marotta continua a destare perplessitA�, e al confronto con Moggi perde alla grande. Manca inoltre il manager politico-societario alla Giraudo, anche se il presidente Andrea Agnelli ce la mette tutta per sopperire in prima persona, ovviando ad un ruolo, il suo appunto, solitamente a�� seppur con la grande eccezione di Giampiero Boniperti a�� piA? onorifico che operativo), ma di contro si doveva misurare in quello che era ancora il campionato piA? bello e difficile del mondo, con avversari quali il Milan di Capello che veniva da tre scudetti consecutivi ed era Campione da��Europa in carica (dopo il suntuoso 4 a 0 rifilato al Barcellona versione a�?Dream Teama�� di Johann Crujiff), o il Parma e la Lazio dei a�?miliardari del lattea�? Tanzi e Cragnotti. La Juve di Lippi era inoltre una squadra piA? votata alla��attacco, dove il peso specifico di Vialli-Baggio/Del Piero-Ravanelli era senza dubbio maggiore rispetto al trittico Matri-Vucinic-Pepe, ma meno dotata negli altri reparti (in mediana, Di Livio e lo stesso Conte non avevano la classe di Vidal, Marchisio o Pogba. E certo Paulo Sousa era meno regista e piA? a�?volantea�� rispetto a Pirlo). E infatti, mentre Conte ha vinto lo scudetto senza perdere una sola partita, ma incappando in qualche pareggio di troppo, Lippi al contrario costruA� il suo Tricolore sul tentativo di portare a casa sempre e comunque i tre punti (introdotti per la prima volta proprio in quella stagione), chiudendo il campionato con ben 7 sconfitte ma pochissimi pareggi. La Juve di Lippi A? poi evoluta ed ha piA? volte cambiato pelle, aggiungendo giocatori di livello mondiale (su tutti Zinedine Zidane, ma anche Davids, Trezeguet, Montero, ecc.) e trovando nuove soluzioni tattiche, definendo una legacy e posizionandosi nella��Olimpo bianconero come la Juve (o meglio, LE, Juve) del Trap, o la squadra del Quinquennio, o quella del trio Charles-Sivori-Boniperti. Ma, di queste, quale A? stata la piA? bella/forte di tutte?

La squadra che vinse cinque scudetti consecutivi negli Anni Trenta A? davvero troppo lontana da noi per avere un metro di giudizio equo, e allora ne scelgo una del Trap, la piA? sfortunata di sempre: quella della stagione 1982-a��83. Quella squadra, che aggiungeva alla��ItalJuve Mundial i talenti internazionali di Michel Platini e ZibA� Boniek, A? famosa soprattutto per aver incredibilmente perso una finale di Coppa dei Campioni data per giA� vinta, nella famigerata finale di Atene con la��Amburgo, che strappA? il successo finale con un tiro da lontano nei primi minuti del match di colui che diventA? una��icona di tutti gli anti-juventini Felix Magath. Quella Juve giocava schierando contemporaneamente Bettega-Platini-Boniek-Paolo Rossi, con quello che ora chiameremmo 4-2-3-1 e che, eccezion fatta per il Barcellona, applicano tutti i top team europei. Solo che, purtroppo, veniva utilizzato con la mentalitA� sparagnina tipica del Trap, che soffrirA� sempre questo suo difetto di schierare tanti talenti offensivi costringendoli perA? al sacrificio della copertura (lo fece con Vialli nella sua seconda venuta bianconera, come con Rui Costa alla Fiorentina). La squadra arrivA? alla Finale infilando un risultato convincente dietro la��altro, soprattutto i tre goal rifilati a Torino ai campioni incarica, gli inglesi della��Aston Villa, ma poi al momento decisivo fu blackout. E lo sfuggA� pure lo Scudetto che in quegli anni vinse quasi sempre, cedendo il passo allo storico trionfo della Roma di Falcao-Bruno Conti-Pruzzo-Di Bartolomei allenata da Liedholm. La��unica consolazione (insieme ad un trofeo che oggi non esiste piA?, il a�?Mundialito per Cluba��) fu la Coppa Italia, vinta ai supplementari in una rocambolesca doppia finale col Verona di Bagnoli che un paio da��anni dopo centrerA� il capolavoro. La��andata al Bentegodi si concluse sul 2 a 0 per i padroni di casa, con reti di Penzo (che passerA� poi subito alla Juve) e Volpati. Il ritorno a Torino vede i bianconeri rimontare con goal di Paolo Rossi e Platini, e sarA� poi lo stesso francese a segnare a un minuto dalla fine il goal decisivo. Questa fantastica squadra segna la fine di una��era: dopo la��atroce sconfitta nella massima competizione europea, infatti, lasciano due vere e proprie bandiere del club: il capitano Dino Zoff, che si ritira dal calcio giocato lasciando la fascia a Scirea. E Roberto Bettega, che dopo una vita passata nella Juve (giovanili comprese) va a chiudere la carriera coi canadesi del Toronto Blizzard, nella��allora glamour (seppur in fase calante) Lega Nordamericana, dominata dai New York Cosmos (nei quali militeranno, tra gli altri, PelA�, Beckenbauer e Giorgione Chinaglia).

 

 

Federico Zuliani

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Classe '82, juventino dalla placenta, nonostante la laurea in Scienze Politiche ha ben presto capito che la politica era meglio prenderla in giro che studiarla. Messe quindi da parte le varie ipotesi di riforma del sistema elettorale, ha scelto di dar libero sfogo al proprio umorismo abrasivo col ‘Pagellone’, attraverso cui dà i voti ai protagonisti della politica locale. Del medesimo argomento, di Sport e di tanto altro scrive sul settimanale LegnagoWeek. Collabora inoltre con altre testate cartacee e online, occupandosi di vari temi. Per ovviare allo stress dell’attività giornalistica nell’agone politico, si dedica alla “cultura del cibo”. In seguito a questa passione, ha intrapreso l’attività di food blogger, recensendo ristoranti, discutendo di ricette e litigando coi buchi della cintura. Mangia, prega, ama e impreca a Legnago.