Paolino Pulici … Puliciclone

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Ci sono persone che non sono come le altre. Persone che qualsiasi cosa succeda, comunque vada il mondo, restano sempre le stesse, solo un poa�� piA? invecchiate, qualche capello in meno, qualche ruga in piA?, ma un cuore intatto.

Se poi da bambino hai avuto la fortuna di considerare eroe una di queste persone, allora sei davvero fortunato, perchA? non ca��A? nulla di piA? deludente che scoprire il tuo ex-idolo diventare uguale a tutti quelli che idoli non sono mai stati.

Io sono tra questi fortunati, e ancora piA? fortunata perchA? dopo piA? di 30 anni ho trascorso una giornata bellissima in compagnia della��unico uomo che da sempre mi ha fatto sognare e che da sempre, ormai, rimpiango… No, non A? una storia romantica: A? una storia di passione, di tifo, di gradinate, di campi da��erba, di gol, di curva… In poche parole A? la storia di un grande attaccante che A?, soprattutto e prima di ogni altra cosa, un grande uomo: Paolo Pulici.

Il 16 maggio 1976 aveva segnato un gol di testa al Cesena e grazie a quel gol il Toro vinse il suo 7A� scudetto, il primo e la��unico dopo Superga, uno scudetto che in una cittA� come Torino, schiacciata dagli incolori bianconeri, significava molto di piA? di una semplice vittoria sportiva. Pulici incarnava tutto di quella squadra: la determinazione, il tremendismo, la passione, la��abnegazione, la forza…A� Per me, bambina di soli 7 anni, lui e il Toro si confondevano fino a diventare un tutta��uno e Pupi A? diventato la��unico eroe di sempre.

Oggi Pulici ha 62 anni a vive a Trezzo sulla��Adda, il paese di sua moglie Claudia, simpaticissima e spigliata signora che conferma, ancora una volta, come dietro ogni grande uomo ci sia una grande donna.

A Trezzo si occupa della scuola calcio del Tritium, squadra che milita in Prima Divisione, insegnando i primi passi ai bambini nati nel 2006, 2007 e 2008.

Sono anni che Pulici lavora coi bambini: dice che quello A? il calcio vero e non questo mondo impazzito dove devi continuamente scendere a compromessi, cosA� come quando lo invitarono a commentare una partita del Milan chiedendogli di essere generoso con Baresi e lui fece dietrofront, ripromettendosi di non mettere piA? piede in una tv (non certamente perchA? non riconoscesse le doti del grande libero, ma solo perchA? voleva essere libero lui, libero di fare la��opinionista con le sue opinioni).

Se hai la fortuna di parlare con Pulici, lui ti racconta tutto, senza remore, perchA? un eroe positivo A? anche generoso, genuino, spontaneo e soprattutto non ha nulla da temere.

Ea�� bellissimo sentirlo parlare dei suoi bambini del Tritium: non sono consapevoli di chi sia quella��uomo alto, grigio di capelli che insegna loro come si calcia il pallone, eppure quella��uomo insegna loro le stesse cose e gli stessi valori che tanti anni prima lui stesso aveva imparato respirando la��aria del Filadelfia, il piA? invidiato vivaio da��Italia ora ridotto ad un nulla da sciagurate gestioni presidenziali.

Pulici trasmette a questi fortunati bambini che abitano in Brianza gli insegnamenti di Oberdan Ussello, la��allenatore del Torino delle ultime 4 partite del campionato 1948/49, quelle in cui una squadra di ragazzini si ritrovA? improvvisamente squadra titolare con il dolore nel cuore, proprio lA� sotto lo scudetto giA� cucito sul petto, e le lacrime agli occhi. Ussello, un pezzo di storia del calcio, un allenatore che ha formato una��intera epoca di calciatori, un uomo che viveva a pochi passi dal Filadelfia e a quel vivaio dedicA? tutta la vita.

Pulici mantiene vivo il ricordo di quel grande maestro insegnando ai suoi pulcini a diventare uomini prima che calciatori, interessandosi di come va la scuola o se ci sono altri problemi, perchA? calciatori non A? detto che si diventi, ma uomini sA�, e per tutta la vita.

Con la��umiltA�, ma anche con la sicurezza del vero campione, insegna il calcio con metodi oggi snobbati, ma ancora validissimi: la forca, ad esempio, cioA? il pallone sospeso. Racconta egli stesso che quando i giocatori della prima squadra del Tritium lo videro esercitare i suoi pulcini alla forca, vollero provare ancha��essi e grande fu lo stupore quando si resero conto che non era poi cosA� facile come sembrava. Eppure il controllo della palla dovrebbe essere fondamentale per giocare a calcio, ma oggi predomina la��agonismo esasperato a discapito delle belle giocate.

Tanti sono gli aneddoti che Pulici racconta a chi semplicemente gli chiede: momenti divertenti, momenti emozionanti, il suo rapporto da��amore puro con la Maratona, un amore che nacque grazie ai suoi gol, ma poi divenne qualcosa di indescrivibile, con quella sua curva che lo chiamava quando era in panchina, costringendo la��allenatore a farlo entrare in campo, oppure fischiava il suo stesso difensore Danova quando si avvicinava a marcare Pulici con la maglia della��Udinese addosso, e infine anche momenti tristi, come il brutto rapporto con Bearzot, un rapporto che ancora oggi, dopo tanti anni, Pulici non si sente di ridimensionare, restando fedele alle sue idee di allora, senza falsi moralismi.

Il tempo passa velocemente tra ricordi del passato e discorsi sul Toro di oggi e al termine della giornata andiamo a fare due passi nella piazza di Porto Azzurro, dove alcuni bambini stanno giocando a pallone. Pulici non resiste: la palla gli viene incontro e lui comincia a palleggiare. I bambini lo guardano con diffidenza, forse si stanno anche chiedendo perchA? quel signore vecchio non si faccia i cavoli suoi. Gli fanno qualche passaggio e poi si allontanano.

Accidenti, penso, che fortuna a�?sti bambini! Mica A? da tutti far due tiri insieme a chi ha vinto uno scudetto!

Elena Massoglia

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Sono nata nel 1968, in provincia di Torino. Ho un diploma di maturità scientifica che non so come ho fatto a prendere, dal momento che sbaglio a scrivere perfino i numeri di telefono, e una laurea in giurisprudenza che mi ha permesso di fare un po’ di tutto e un po’ di niente: ho lavorato presso assicurazioni, studi legali, società private. Attualmente mi occupo di sicurezza sul lavoro. Il mio vero lavoro è però un altro: dal 1976 seguo il Toro dagli spalti e ho raggiunto i traguardi che mi ero prefissata nella vita da quando sono conosciuta ovunque come “quella del Toro” e chi mi incontra, prima di chiedermi come sto, si informa di come sia messa la mia squadra in classifica. E’ un lavoro duro, senza retribuzione, ma qualcuno deve pur farlo! Nel 2008 ho fatto il Cammino di Santiago, una delle più belle esperienze che abbia mai vissuto, che mi ha insegnato a trovare sempre la serenità anche nei momenti più tristi. Da allora camminare è l’unico “sport” che pratico, fedele alla mia bislacca teoria che preferisco non consumare il mio fisico con inutili sforzi.

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