Serve un bel bagno di umiltà

Conte_piange

Tanto tuonò che piovve. Lo aspettavo da tempo al varco, il “caro” Antonio Conte, e purtroppo è riuscito a regalarmi questa occasione di sparargli contro ad “alzo zero” nel peggiore dei modi, visto che da juventino viscerale quale sono trovo inaccettabile una sconfitta del genere contro l’odiatissima Fiorentina.

Ma prima o dopo doveva palesarsi quello che già da tempo a me (e ad altri amici con cui avevo avuto modo di condividere certi “appunti”) pareva chiaro, ossia che il segno del quid dato dal mister era inequivocabilmente passato dal segno positivo a quello negativo.

Capiamoci: non è che prima Conte facesse tutto giusto e che adesso non azzecchi una. Semplicemente, quelli che sul breve periodo potevano essere dei vantaggi, sul medio-lungo si stanno rivelando un fattore di affanno per la squadra.

A cominciare dall’impostazione “guerrigliera” imbastita dal tecnico leccese, sulle orme di Mourinho (paragone azzeccato, ma solo in parte): inizialmente la sua pressione psicologica ha dato la carica (insieme ad un Pirlo “fresco” e al “fattore sorpresa” rappresentato da Vidal) a una squadra che veniva da risultanti deprimenti, ma a lungo andare questo atteggiamento non ha fatto che prosciugare la squadra. E qui ci si può ricollegare allo Special One, che seppe trarre oltre il massimo possibile dalla sua Inter per poi, consapevole di questo, andarsene un secondo dopo.

Ma quel furbo senso della misura e di fiutare l’andamento delle cose proprio del portoghese (che ha fallito solo alla Casa Blanca, che deve però essere preda di qualche maledizione, se sta “zoppicando” pure quello che è sempre sembrato l’allenatore giusto (dopo Del Bosque) per i galacticos, ossia Carletto Ancelotti), al leccese manca. E, come detto nello scritto precedente, alla Juve manca un manager che certe cose al signor Conte le spieghi.

Visto che questa figura al momento non sembra sorgere dalle parti dello Juventus Stadium, speriamo almeno in un intervento della proprietà. Che sarà pur “innamorata” del condottiero, ma non può certo far finta di niente.

É noto che Conte, nel suo essere allenatore, deve molto a Marcello Lippi. Sfortunatamente, la cosa che da subito si nota aver preso dal tecnico viareggino, è la velocità nel montarsi la testa.

Il Paul Newman arrivò alla Juve con un pedigree tutt’altro che regale, ma seppe dimostrarsi serio, preparato, innovativo e aziendalista quanto basta. Inizialmente. Poi i veloci successi gli fecero credere che i trionfi discendessero sostanzialmente da lui, e si montò la testa. Risultato?

La disastrosa stagione 1998-’99, conclusa anzitempo con dimissioni ancora oggi non si sa quanto spontanea e il conseguente (ma in verità già combinato) passaggio agli arci-nemici dell’Inter, per dimostrare che era lui il ‘fattore’, non la Triade trainata da Moggi o i giocatori (per quanto se ne portò qualcuno ad Appiano Gentile). E fu un fallimento, per emendare il quale dovette tornare con le orecchie basse alla corte della Vecchia Signora.

Ecco, a guardare l’evoluzione di Conte, s’intravede lo stesso percorso di autoconvincimento, solo più veloce e di conseguenza con un declino più rapido. Se a Lippi, infatti, fu fatale la quarta stagione, qui il rischio serio è che all’ex numero 8 bianconero scoppi la bomba in mano già alla terza.

Con la grandissima differenza che il suo “maestro” seppe vincere una Champions (e ne perse altre due in finale, entrambe con episodi arbitrali che a parti invertite avrebbero fatto gridare alla rapina…ma magari ci torneremo un’altra volta) e gli scudetti li conquistò contro l’invincibile (fino a quel momento) Milan di Capello e all’Asse del Latte del duo ultramiliardario Tanzi (Parma)/Cragnotti (Lazio). Non certo contro il Diavolo dell’austerity, il Parma riprovincializzato e la Lazio dello sparagnino Lotito.

Conte è inoltre riuscito a farsi riappiccicare un’etichetta che era sembrato togliersi, ossia quella dell’integralista. Arrivato con la nomea del fissato per il suo 4-2-4, il primo anno cambiò quattro moduli, provando il 4-1-4-1, che si evolse quasi subito in 4-3-3 per concludere col 3-5-2 dal quale non si è più schiodato. Anche quando è stato evidente che un passaggio a qualcosa di diverso avrebbe portato beneficio alla squadra (perché, ad esempio, col pacchetto di centrocampisti a disposizione, rinunciare sempre a uno, invece di passare alla difesa a quattro con rombo “rotante” tipo la prima Italia di Prandelli, ma con interpreti di calibro ben superiore?).

In questo, Antonio ha preso molto poco da Marcello, che duttile ha saputo sempre esserlo, adattando di volta in volta il gioco alla rosa a disposizione (il passaggio dal 5-3-2 al 4-3-3 all’inizio dell’avventura per sfruttare l’enorme potenziale in attacco, la rinuncia alle tre punte in favore del trequartista con l’arrivo di Zidane, lo spostamento sulla trequarti di Nedved, la rinuncia al doppio centravanti al trionfale Mondiale 2006, l’intuizione di Zambrotta terzino), invece di cristallizzarsi sulle sue idee.

L’incapacità di cambiare ha reso la squadra prevedibile e, trasmettendo l’idea alla squadra di saper ormai giocare “a memoria”, l’ha fatta peccare di eccesso di sicurezza, come plasticamente dimostrato dai diversi goal presi su errori di disimpegno (allarme accesosi addirittura durante il tour negli USA, nella sciagurata partita amichevole con gli L.A. Galaxy).

Altra incapacità è quella di assumersi delle colpe: mai sentito Conte additare se stesso. Lippi ebbe la dignità di dimettersi (spinto? Può darsi, ma comunque l’ha fatto) dopo la disfatta col Parma. E addirittura all’Inter disse che, fosse stato il presidente, si sarebbe cacciato. Per Conte una volta è l’arbitro, una volta l’ambiente, una volta una buca nel campo, una volta i giocatori, una volta qualcosa di inspiegabile, ma di certo non è colpa sua. Allora però non si capisce a chi siano attribuibili la pantomima su Vidal (punito, forse no, multato e fuori squadra, poi in panchina ma non giocherà, infine buttato in campo alla disperata, e “solo” per farsi male), Llorente lasciato in campo tutto il match, l’assurdo ingresso in campo di Motta…e questo solo per restare all’ultima disastrosa partita con la Fiorentina.

Ma potremmo mettere in lista anche l’insistenza su un Pirlo che quest’anno non ne azzecca una (ma già l’anno scorso, con l’aumentare di impegni, aveva palesato di non essere quello del primo anno), l’assurdo tira e molla sul destino di Isla, il continuare a puntare su “mezzi giocatori” alla Padoin, l’impotenza dimostrata in Champions contro il Bayern l’anno scorso, l’intestardirsi sul riportare alla base Giovinco, la sistematica eliminazione dei prodotti del vivaio e, prima ancora, l’ostracismo aprioristico riservato a Ziegler (solo per il fatto che era stato preso in funzione del Delneri bis), le assurde gestioni di Krasic (con l’alibi, in verità tutt’altro che “di ferro, dell’esserselo trovato) ed Elia (voluto, questo si, proprio da lui), e passate in sordina solo grazie all’euforia del ritrovato, attesissimo, scudetto.

Ora ci sono due bivi da affrontare: uno ce l’ha davanti Conte, l’altro la società. L’allenatore deve scegliere se fare un bel bagno di umiltà o se continuare con l’assurdo atteggiamento che sta tenendo. La società, invece, può continuare a lasciare che il dipendente (ottimamente stipendiato, tra l’altro) Conte Antonio faccia il bello e cattivo tempo, o fargli invece capire chi comanda, facendogli un bel discorsetto chiaro. Alla Moggi, insomma.

 

Federico Zuliani

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Classe '82, juventino dalla placenta, nonostante la laurea in Scienze Politiche ha ben presto capito che la politica era meglio prenderla in giro che studiarla. Messe quindi da parte le varie ipotesi di riforma del sistema elettorale, ha scelto di dar libero sfogo al proprio umorismo abrasivo col ‘Pagellone’, attraverso cui dà i voti ai protagonisti della politica locale. Del medesimo argomento, di Sport e di tanto altro scrive sul settimanale LegnagoWeek. Collabora inoltre con altre testate cartacee e online, occupandosi di vari temi. Per ovviare allo stress dell’attività giornalistica nell’agone politico, si dedica alla “cultura del cibo”. In seguito a questa passione, ha intrapreso l’attività di food blogger, recensendo ristoranti, discutendo di ricette e litigando coi buchi della cintura. Mangia, prega, ama e impreca a Legnago.