Settimo posto in classifica, il Toro stupisce !

udinese_torino_14_22152_immagine_ts673_400Un Toro che stupisce tutti, ma per primi proprio i suoi tifosi, quelli che si stavano abituando a tifare una squadra votata a mediocri campionati in serie A e a soddisfacenti campionati in serie B.

E dire che quest’anno la squadra di Ventura non ha iniziato col piede giusto, trovandosi ben presto invischiata nelle posizioni di bassa classifica, complici anche alcune sviste arbitrali piuttosto gravi (vedi Milan e Juve sopra tutte).

Forse stanco di stringere solo un punto alla fine di partite condotte in vantaggio, o forse semplicemente dopo aver trovato il giusto equilibrio tra i vari reparti, il Toro ha finalmente imbroccato una serie positiva, vincendo per ben tre volte nelle ultime quattro partite.

La difesa ha smesso di essere il colabrodo delle prime giornate, un Glick in crescita, ormai più sicuro nel ruolo di centrale, sembra cominciare ad interpretare in maniera determinante il suo ruolo di capitano, mentre Padelli, pur avendo evidenti limiti tecnici soprattutto fuori dai pali, sta comunque mettendo tutto l’impegno possibile e i risultati si vedono.

Anche Farnerud, ancora troppo spesso lento, sembra però aver raggiunto una maggiore disinvoltura e c’è da augurarsi che le sue prestazioni siano in crescita, così come Vives, che dovrebbe trovare una maggiore concentrazione durante le partite, peccando sovente di eccessiva superficialità.

Infine, per quanto riguarda l’attacco, mentre nulla si può dire ad un Cerci sempre determinante soprattutto quando impiegato sulla fascia, qualcosa in più si chiede a Immobile che troppo spesso sbaglia sotto porta.

Per tutti gli altri giocatori un plauso per l’impegno prestato ad ogni partita con l’appunto, però, di migliorare il possesso palla e i passaggi, ancora imprecisi.

Oggi il Toro è settimo dopo una bella prestazione a Udine, campo su cui non vinceva da ben 29 anni, caratterizzata dal fatto di aver cercato il gol senza lasciarsi intimidire dalle due chiare occasioni da gol subito trovate dall’Udinese, e per aver poi caparbiamente difeso il vantaggio (trovando addirittura il raddoppio) imbrigliando molto bene tra le sue maglie difensive l’attacco bianconero.

Non è dato sapere se questo trend positivo continuerà anche nelle prossime gare: il Toro è una squadra dalle mille sorprese, i suoi tifosi lo sanno bene, ma certo è che Ventura dovrà sfruttare al meglio questo gruppo, caricandolo e motivandolo affinchè i suoi giocatori si scrollino di dosso l’idea di dover semplicemente raggiungere la salvezza, e credano un po’ di più in un dignitoso campionato da parte sinistra della classifica.

Indubbiamente la perdita, che sembra ormai sicura, di una pedina come D’Ambrosio non può che esser vista negativamente: il terzino non ha al momento un degno sostituto, salvo che al mercato di gennaio la società non corra ai ripari. Lascia comunque perplessi il modo in cui si sia lasciato andar via il giocatore, dopo avergli anche tolto la fascia di capitano, sua di diritto dopo la vendita di Bianchi ed Ogbonna. Non è infatti chiaro di quale colpa si sia macchiato D’Ambrosio, tanto da non meritare neppure un rinnovo del contratto prima dell’inizio del campionato, se non quella di aver sempre lavorato con umiltà, senza mai creare polemiche neppure quando ha dovuto sedersi in panchina per far posto ad uno spento Masiello.

Un’ultima considerazione su Ventura. L’allenatore, accolto con calore dal popolo granata, ha subito entusiasmato per aver dato un gioco ad una squadra che da troppo tempo soffriva di cronica mancanza dello stesso. Inutile aggiungere che l’immediata risalita in serie A ha consacrato l’ex sampdoriano a condottiero indiscusso dell’armata granata.

Tuttavia, al primo anno in serie A, ecco puntuali le prime crepe: il 4 2 4 che in serie B sembrava essere collaudato nel migliore dei modi, si deve confrontare con la maggior levatura tecnica degli avversari della massima serie. E qui Ventura comincia a perdere i primi colpi, incaponendosi nel non voler rinunciare al proprio gioco, ritenuto comunque infallibile nonostante chi lo attui non sia sempre all’altezza dello stesso.

La salvezza comunque arriva, complici anche due facili biscotti non digeriti da gran parte della tifoseria, ma arrivano anche le prime critiche ad un gioco che viene definito noioso e che manca proprio di quella caratteristica che più di tutte è irrinunciabile per ogni tifoso granata: la grinta, il dover sempre uscire dal campo con la maglia sudata, la voglia di “mordere il campo”. Senza questi elementi il Toro sembra svestito del suo essere granata e la mancanza di successi nell’ultima parte del campionato non fa che rafforzare l’idea che questo Toro abbia perso l’anima.

Capitan Ventura, ben presto da qualcuno apostrofato Capitan S-Ventura, incassa le critiche  che per la verità non sono condivise da tutti sostenitori granata, ma resta fedele al suo gioco fino alla fine, nonostante il centrocampo sia effettivamente troppo leggero e perda quasi sempre la sfida contro i ben più attrezzati centrocampi avversari.

La stagione 2013/2014 inizia invece con un cambio di rotta: l’allenatore granata opta per un  classico 4 4 2, forse anche a causa di una difesa più debole rispetto all’anno precedente, ma poi decide di utilizzare Cerci come punta, sradicandolo dalla fascia dove lo stesso era riuscito a dare di tutto e di più.

Cerci è un ottimo giocatore e anche in un ruolo diverso riesce a dare il meglio di sè, diventando perfino capocannoniere per un certo periodo, ma l’impressione è che non riesca ad esprimersi al massimo.

Il Toro segna, ma il Toro incassa, e spesso il bottino è magro. Vengono criticati anche i cambi effettuati da Ventura: troppe volte, trovandosi in vantaggio, l’allenatore ha sostituito proprio Cerci, l’unico in grado di tenere comunque tre giocatori impegnati su di lui rallentando l’offensiva avversaria, oppure evitando di effettuare cambi che urgevano.

I punti dilapidati negli ultimi minuti sono lo specchio di una squadra che è insicura, incapace di credere in se stessa, sfiduciata e delusa. Contro il  Napoli gli uomini di Ventura raggiungono forse uno dei momenti più tristi, semplicemente evitando di giocare, sostenuti in questo atteggiamento dal proprio allenatore che si limita ad osservare.

Dopo la positiva prestazione contro la capolista Roma, fermata per la prima volta sul pareggio proprio dai granata, il Toro perderà ancora a Cagliari, incassando due gol simili senza praticamente reagire, ma poi finalmente la giusta reazione, con un gioco più concreto e teso a raggiungere e consolidare il risultato invece che a esibirsi in un inutile quanto spesso dannoso possesso palla.

Il prossimo match sarà contro il Chievo. Sulla carta sembra uno scontro dal facile risultato per gli uomini di Ventura, ma le sorprese sono sempre dietro l’angolo, soprattutto in questo strano campionato in cui anche una squadra come il Milan, unica qualificatasi in Champions League, si trova ad occupare un imbarazzante posto in classifica.

Il Torino è chiamato quindi a confermare l’ottimo momento, dimostrando di aver assimilato la giusta mentalità e i giusti automatismi. Non sarà sicuramente una strada ormai in discesa, anzi, i granata si trovano proprio a vivere un momento cruciale, quello in cui la salita si impenna e l’impegno e lo sforzo profuso dovranno essere all’altezza del posto conquistato in classifica.

Elena Massoglia

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Sono nata nel 1968, in provincia di Torino. Ho un diploma di maturità scientifica che non so come ho fatto a prendere, dal momento che sbaglio a scrivere perfino i numeri di telefono, e una laurea in giurisprudenza che mi ha permesso di fare un po’ di tutto e un po’ di niente: ho lavorato presso assicurazioni, studi legali, società private. Attualmente mi occupo di sicurezza sul lavoro. Il mio vero lavoro è però un altro: dal 1976 seguo il Toro dagli spalti e ho raggiunto i traguardi che mi ero prefissata nella vita da quando sono conosciuta ovunque come “quella del Toro” e chi mi incontra, prima di chiedermi come sto, si informa di come sia messa la mia squadra in classifica. E’ un lavoro duro, senza retribuzione, ma qualcuno deve pur farlo! Nel 2008 ho fatto il Cammino di Santiago, una delle più belle esperienze che abbia mai vissuto, che mi ha insegnato a trovare sempre la serenità anche nei momenti più tristi. Da allora camminare è l’unico “sport” che pratico, fedele alla mia bislacca teoria che preferisco non consumare il mio fisico con inutili sforzi.